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Confermato il referendum del 15 dicembre sulla nuova Costituzione contestata dal fronte laico. I Fratelli di Morsi danno battaglia al Cairo

giovedì 6 dicembre 2012
DAL CAIRO GILBERTO MASTROMATTEO « I Fratelli musulmani sono arrivati in massa, hanno sradicato le tende, lanciato bottiglie molotov e preso a pugni i manifestanti. Molti di loro erano arma­ti ». Wahel Sabry mostra i segni delle percosse ri­cevute al capo e sulle braccia, durante i violen­ti scontri di ieri sera tra i dimostranti pro e an­ti Morsi, al Palazzo presidenziale di Ittahandiya, nel cuore del quartiere cairota di Heliopolis. Il bilancio sarebbe di almeno due morti e centi­naia di feriti da una parte e dall’altra. Anche se il ministero della Sanità ha negato i decessi. «Qualcuno ha tentato di reagire lanciando del­le pietre, poi ci siamo riparati nelle vie limitro­fe ed è iniziata la battaglia», testimonia Wahel, uno degli studenti del Movimento 6 aprile, che martedì scorso a­vevano marciato verso la residenza presidenziale, co­stringendo la po­lizia a ritirarsi e Mohammed Morsi ad abban­donare l’edificio. Ci si attendeva u­na reazione da parte dei sosteni­tori del presiden­te egiziano, specie dopo la convocazione di una contro-manife­stazione a Heliopolis, da parte dei Fratelli Mu­sulmani. Ne è venuto fuori un feroce combat­timento, proseguito per ore, anche dopo l’arri­vo degli agenti anti-sommossa. La rabbia dei supporter del capo di Stato si è sca­gliata sulle migliaia di manifestanti che aveva­no trascorso la notte accampati davanti al pa­lazzo presidenziale, dove ieri mattina Morsi è tornato regolarmente a lavoro. «La responsabi­lità di quanto accaduto ricade interamente sul presidente Morsi – ha dichiarato ieri Mohamed El Baradei, in rappresentanza del Fronte di sal­vezza nazionale, in una conferenza stampa con­giunta con gli altri due leader Amr Moussa e Hamdin Sabbahi – la sua legittimità è ormai compromessa». E dire che, durante l’intera gior­nata si erano susseguiti gli inviti alla modera­zione da parte del presidente e del suo staff. Il portavoce alla presidenza Yasser Ali aveva invi­tato le parti a non contrapporsi violentemente in strada. E, in serata, anche l’Università isla­mica di al-Azhar ha esortato alla calma. L’in­certezza istituzionale è totale. Di ieri sera la no­tizia delle dimissioni di tutti i 17 consiglieri del presidente. E da più parti sembra ormai chiaro che Morsi stia valutando di congelare il con­troverso decreto costituzionale che accresce i suoi poteri e che ha scatenato le proteste dei 18 movimenti liberal-democratici riuniti nel Fron­te di salvezza nazionale. L’ipotesi è stata venti­lata dallo stesso vice capo di Stato, Mahmoud Mekki. Quest’ultimo, però, ha confermato il re­ferendum costituzionale. Che sembra l’unico dato certo. «Quello si terrà il 15 dicembre, co­me previsto», ha dichiarato Mekki. Ma le prove tecniche di guerra civile in atto al Cairo, stanno creando preoccupazioni anche a livello inter­nazionale. «Auspichiamo un processo costitu­zionale aperto, trasparente e giusto – l’invito del segretario di Stato americano Hillary Clin­ton, impegnata nel vertice Nato in corso a Bruxelles – un dialogo che sia davvero aperto e non favorisca un gruppo religioso, politico e so­ciale ». A preoccupare è il futuro, specie con riferimento alla situazione dell’ordine pubblico nel Paese. Nella notte varie sedi del partito dei Fratelli mu­sulmani sono state incendiate tra cui Ismalia e Suez. «Lo scenario è da guerra civile – osserva Ahmed Sawam, responsabile del centro cultu­rale Abgadeya, anche lui a Heliopolis per pro­testare contro Morsi – ci hanno attaccato a It­tahandiya, se lo faranno anche a piazza Tahrir, ci sarà un bagno di sangue». © RIPRODUZIONE RISERVATA Sostenitori dei Fratelli musulmani e di Morsi all’attacco di fronte al palazzo presidenziale al Cairo (Epa)