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SULLE MACERIE. Sei mesi dopo, Haiti è stata dimenticata

Lucia Capuzzi lunedì 12 luglio 2010
Non era come gli altri edifici di Cité Soleil. Saint Alphonse era una scuola “vera”. L’unica della baraccopoli. Della grande struttura a forma di “U”, ora, resta un ingombrante mucchio di macerie. Sono lì dal 12 gennaio, il giorno della castrofe. Nessuna ruspa le ha rimosse. Gran parte di Port-au Prince è ancora sommersa da 19 milioni di metri cubi di rovine. Pulire è indispensabile per ricostruire. Ma, nonostante i 13 miliardi di dollari promessi dalla comunità internazionale – Stati Uniti in testa, spaventati da “un’invasione” di disperati –“il gran cantiere Haiti” non ha ancora aperto. Da 180 giorni, quasi due milioni di senzatetto vivono sotto tende improvvisate. Anche a Saint Alphonse, da sei mesi, si fa lezione sotto un tendone di plastica. «La gente del quartiere ci ha supplicato di piazzare una tenda decente per i bambini – racconta ad Avvenire Fiammetta Cappellini, responsabile nell’isola dell’Ong Avsi, in prima linea contro l’emergenza –. All’inizio abbiamo detto no. C’erano troppi detriti. E la strada era troppo stretta per far passare una ruspa. Il giorno dopo siamo passati lì per caso e abbiamo visto dieci ragazzini che spostavano le macerie, un pezzo alla volta. Ci hanno guardato e ci hanno detto: “Se facciamo posto, poi la mettete la tenda?” I nostri operatori sono corsi ad aiutarli. Lo so, è un’impresa folle, ma ho già ordinato il telo». Del resto, la follia è il minimo comune denominatore della realtà haitiana post terremoto. Da una parte, c’è la febbrile voglia di vivere della popolazione. Che lotta disperatamente per ricominciare. Ambulanti e mercati informali sono tornati ad affolare le strade di Port-au-Prince. I piccoli commercianti riaprono le botteghe semidistrutte. Dall’altra parte, i mega progetti di ricostruzione – varati dalla comunità internazionale sull’onda emotiva della tragedia – stentano a partire. Dei 120mila alloggi temporanei previsti, finora ne sono stati edificati meno di  duemila Si continua a distribuire teli. La capitale è una gigantesca distesa di tende. Se si mettessero tutte in fila, «coprirebbero la distanza tra Madrid a Mosca», dichiara Oxfam, che assiste 440mila persone. La burocrazia blocca i lavori. Si fissano standard troppo alti – come quello dei 17 metri cubi per l’alloggio quando  prima ne bastavano 10 – e poi ci si scontra con l’impossibilità di rispettarli. Altro problema è la mancanza di titoli di proprietà. Già prima, appena il 5 per della popolazione aveva un documento che attestasse il posssesso della terra. «Ora con oltre 200mila morti, un numero imprecisato di sfollati e i catasti distrutti è impossibile sapere a chi appartenga i terreni su cui si deve ricostruire», dichiara Erik Vitturup dell’agenzia Onu per gli insediamenti Un Habitat. Secondo fonti umanitarie, ci vorranno almeno tre anni prima di cominciare la vera ricostruzione. Un quinto della popolazione – quasi due milioni di persone –, intanto, abita in tende–baracche da due metri quadrati. «Basta un po’ di vento per farla crollare – racconta Harold Desaugustes, del campo di Caremaga –. Dobbiamo aspettare che smetta di piovere per stendere le stuoie per dormire. Se il fango non è troppo». La situazione rischia di esplodere fra un mese, quando inizia la stagione dei “cyclon”, così si chiamano gli uragani. La paura alimenta la rabbia. Che cresce di giorno in giorno, come sottolinea l’ultimo rapporto di Medici senza Frontiere (Msf). Degli oltre 173mila haitiani curati dall’organizzazione, 2mila erano vittime di violenza e 264 riportavano ferite da arma da fuoco. Dati, finora, nella “media” dell’isola. Il rischio di escalation, però, è alto. Come dimostra – secondo Msf – il recente aumento di casi di stupro.  Anche Avsi parla di «bagarre continue» nei  campi in cui lavora. In agguato resta, infine, lo spettro dell’emergenza sanitaria. Ricoveri per infezioni respiratorie, problemi alla pelle e dissenteria – insieme a depressione e disturbi mentali – sono all’ordine del giorno. Il governo ha promesso di mantenere la gratuità delle cure per un anno e mezzo. Dopo non si sa. Ad Haiti, il domani è più che mai un’incognita.