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La catastrofe. Haiti, tempesta sulle macerie: i colpiti isolati dalle alluvioni

Lucia Capuzzi mercoledì 18 agosto 2021

Les Cayes è stata allagata dalla tempesta tropicale Grace

«Siamo sotto l’acqua della tempesta Grace da lunedì sera. Piove ininterrottamente e il vento sferza le tende dove cerca di ripararsi la popolazione. Anche chi non ha perso la casa, ha terrore di rientrarci». Padre Massimo Miraglio, sacerdote camilliano, da anni nell’isola, si trovava a Jérémie, capitale del distretto di Grand Anse, per supervisionare la costruzione della nuova clinica dell’ordine. Sabato, però, il violento terremoto di 7.2 gradi Richter e le numerose repliche hanno colpito l’intero occidente haitiano: i dipartimenti di Les Cayes, Nippes, Sud, oltre a Grand Anse. I morti sono già saliti oltre quota 1.400, i feriti sono quasi 7mila, molti di più i dispersi. I lavori si sono interrotti. «La struttura non è stata danneggiata ma è ancora inagibile. Abbiamo, dunque, preso le poche medicine che avevamo e le abbiamo portate all’ospedale Saint Antonie. È il principale della città eppure, anche in condizioni normali, non è attrezzato per assistere le urgenze. I feriti più gravi sono stati, dunque, portati a Port-au-Prince in elicottero. È l’unico modo. La strada è bloccata e siamo isolati». Parla in fretta padre Massimo. Ha paura che cada la chiamata. La linea è inagibile. WhatsApp funziona a singhiozzo. «La centrale elettrica era in panne da prima del sisma. Per avere il Wifi devo accendere il generatore e lo faccio con parsimonia: mi restano solo due taniche di carburante. Ho trascorso l’intera giornata di lunedì a cercare di trovare della benzina da comprare. Senza non posso raggiungere le montagne ed è là il vero dramma». Già, le montagne. Mentre Jérémie è stata toccata marginalmente dal terremoto, i villaggi sparsi sugli altopiani intorno sono stati letteralmente sferzati dalle scosse.

Negli ospedali mancano farmaci e attrezzature - Reuters


«Qualche sopravvissuto che è riuscito a raggiungere la città, a piedi, ci racconta delle cose terribili. Nessuno conterà mai quei morti, non c’è nulla per curare i feriti, le poche strade sono bloccate dagli smottamenti ed è impossibile raggiungerli». Il terremoto ha distrutto le cisterne di Corrail e Pestel, unica fonte di approvvigionamento idrico per i loro 10mila residenti. «Ora sono rimasti senz’acqua potabile. Come faranno? Poi la tempesta complica ulteriormente la situazione: l’80 per cento degli abitanti del distretto di Grand Anse ha perso la casa. Ora sono costretti a dormire all’aperto, sotto il diluvio», afferma il sacerdote. E sull’arrivo dei soccorsi, dice, con amarezza: «Non li ho ancora visti». Il premier Ariel Henry ha riconosciuto la lentezza della macchina organizzativa, fatto scontato in un Paese con istituzioni fragilissime. Ma ha promesso «ulteriori sforzi» e anche il mondo si muove. Le necessità, tuttavia, nella nazione troppo a lungo dimenticata, sono enormi. Jérémie è irraggiungibile via terra: l’unico ponte è pericolante, i mezzi pesanti non possono attraversarlo. Fin quando non verrà riparato, restano i solo i – pochi – elicotteri. Con la tempesta, arrivata ieri, tuttavia, è impossibile volare.
I convogli con i soccorsi non riescono nemmeno a raggiungere Les Cayes, allagata per le piogge. In alcune zone ci sono oltre 1,5 metri d’acqua. «Il livello del mare è salito per la pioggia. Le bidonvilles, che si trovano nella parte più bassa della città, sono completamente allagate – racconta Fiammetta Cappellini, responsabile di Avsi ad Haiti –. Abbiamo notizie di altre vittime, soprattutto, bambini, morti nella notte tra lunedì e martedì, ma è impossibile fare un bilancio». In questo momento di enorme dolore, la Chiesa dell’isola ha promosso una settimana di preghiera per il Paese, sferzato da una raffica di catastrofi. E il governo, da parte sua, ha proclamato tre giorni di lutto nazionale.

I colpiti cercano di ripararsi dalle piogge sotto i teli - Reuters

«L'area del disastro era già ostaggio delle gang»

Il terremoto ha colpito una parte di Haiti già isolata dalla violenza dilagante. Dai primi di giugno, il Paese era spezzato in due. La Route Nationale n.2, che collega Port-au-Prince con i dipartimenti occidentali, era off-limits da mesi per i continui scontri tra le gang. Solo domenica, in seguito alla tregua negoziata dal governo e dall’Onu, è stata riaperta. E abbiamo finalmente potuto inviare aiuti, soprattutto farmaci e generi di prima necessità, già introvabili prima del sisma». Alessandra Giudiceandrea, capo-missione di Medici senza frontiere (Msf) ad Haiti, vive nella nazione da oltre un anno. Ha assistito, dunque, in diretta, al suo sprofondare in un vortice di caos. Acuito, ora, dal terremoto e dalla tempesta tropicale. «In pratica, tutta la popolazione dei quattro dipartimenti ovest è stata colpita. Andiamo avanti di emergenza in emergenza. Le urgenze di sommano a enormi problemi strutturali».
Quali sono i principali?
La fragilità cronica del sistema sanitario. E l’insicurezza. Queste dovrebbero essere le priorità della ricostruzione se non vogliamo ripetere gli errori dopo il devastante sisma del 2010.
Msf è stata colpita dalla violenza. Mi racconta?
A giugno, per due volte, il nostro centro per le urgenze nella baraccopoli di Martissant è stato colpito dai proiettili. La struttura si trovava proprio sulla Route Nationale n.2. Abbiamo pensato di sospendere per una settimana le attività. Mentre stavamo decidendo il da farsi, un’ambulanza, che attraversava Martissant, è finita nel fuoco incrociato. Un’infermiera è morta. Lo stesso è accaduto, poco dopo, a un bus, carico di passeggeri. Risultato: in un giorno, abbiamo dovuto trasferire tutto in un’altra zona della capitale. Non era mai accaduto a Msf in mezzo secolo di attività in zone di guerra.
Ora la strada è riaperta. Che cosa avete inviato?
Farmaci soprattutto. Ma anche tutto il resto, che manca. Come dicevo, prima era quasi impossibile inviare rifornimenti nell’ovest. Anche i nostri progetti sono andati avanti con molti sforzi. Ora il sisma ha danneggiato il centro maternità di Port-à-Pimient: abbiamo dovuto sistemare decine di partorienti nel patio. Poi è sopraggiunta Grace. Per riparare le pazienti dalla pioggia abbiamo piazzato dei teli di plastica. Ovunque, a Port Salut, Les Cayes, Jérémie e nelle decine di villaggi in cui operiamo, ci siamo inventati di tutto per proteggere i malati dalla tempesta. Non sappiamo ancora che conseguenze abbia avuto. Ad Haiti i feriti si curano e non si contano, non c’è tempo.

Gran parte di Les Cayes è stata allagata - Reuters