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UN ANNO DOPO. Haiti in bianco per l’anniversario Ma la gente vuole ricominciare

Paolo Lambruschi giovedì 13 gennaio 2011
Nel fiume che scende dalle colline dietro Port-au-Prince bevono e si lavano uomini e animali. Non c’è altra acqua a Riviere Froid, 20mila abitanti, quasi la metà accorsi dalle colline dopo il sisma e il ciclone Tomas che a novembre ha distrutto i raccolti. È così in tutte le campagne di Haiti, le più depresse delle Americhe. Dove oggi si muore di nascosto.«Il colera arriva in questo modo e la gente si ammala e muore senza che nessuno lo sappia – denuncia padre Leandre Destin, haitiano, superiore della congregazione locale dei Piccoli Fratelli di Santa Teresa – nelle aree rurali del Paese sono già morte 6mila persone oltre alle 4mila decedute nella capitale. In tutto 10mila morti, ma non si dice. I malati sono almeno 200mila». L’epidemia dilaga per ignoranza delle norme igieniche, per la lontananza dagli ospedali e la carenza di latrine e acqua. I Piccoli Fratelli ne sono testimoni: vivono nelle zone più remote dove organizzano corsi quotidiani di prevenzione e distribuiscono bacinelle e amuchina per sciacquarsi le mani e acqua trattata col cloro. La Caritas italiana ha deciso di appoggiare i loro progetti di prevenzione sanitaria e quelli di sviluppo delle comunità delle campagne, per frenare, occupando almeno 1.500 persone, l’esodo verso le tendopoli della capitale. «Abbiamo capito ascoltando i partner locali che in questa fase dovevamo star fuori da Port-au-Prince per provare a decongestionarla – spiega Paolo Beccegato, responsabile dell’area internazionale della Caritas – puntando su sanità, formazione e lavoro e facendo diventare protagoniste le comunità. La priorità è fermare il colera, finora 100mila persone hanno beneficiato dei nostri programmi preventivi». Ad Haiti la Caritas italiana è presente con tre operatori per il coordinamento degli aiuti ed agisce a stretto contatto con la Caritas nazionale caraibica, che ha raggiunto un milione di beneficiari.Con la colletta indetta dalla Cei, l’organismo pastorale della Chiesa italiana, ha raccolto 21,6 milioni di euro avviando 51 progetti per circa 9,3 milioni. Come li ha impiegati?«Siamo in una situazione eccezionale – prosegue Beccegato – perché il sisma, il colera e il ciclone Tomas sommati alla miseria pregressa hanno prolungato l’emergenza oltre ogni limite, costringendo un milione di persone a vivere accampate in condizioni disumane. Volevamo incidere sulla povertà, così mentre 3,2 milioni sono stati destinati all’emergenza e tre milioni alla ricostruzione, per la prima volta abbiamo investito un terzo della somma raccolta in progetti socio economici e formativi».Sostiene il direttore, monsignor Vittorio Nozza, che «statistiche, numeri e voci di budget non raccontano la scelta di mettersi a servizio da compagni di strada e non da maestri». Ad esempio non dicono quanta dignità restituiranno ai terremotati di Lillevoise, a Nord della capitale, i progetti della fondazione Fhrd, composta da cattolici haitiani e da padre Giuseppe Durante della missione degli Scalabriniani.«Abbiamo comperato – afferma il missionario – alcuni terreni adiacenti alla missione per costruire case e rispondere all’emergenza abitativa. Il cantiere impiegherà sfollati mentre la Fondazione Marcegaglia donerà una macchina per fabbricare blocchi di cemento, introvabile sull’isola». Oltre all’edilizia, Fhrd stimolerà formazione professionale e agricoltura dando lavoro a 120 persone in un anno. Né un bilancio calcola l’entusiasmo generato dal dell’economia solidale, progetto di Caritas di Haiti del quale la Caritas italiana ha pagato l’avvio.«Abbiamo fondato – racconta Anis Deiby, responsabile di Ecosol – nelle nostre dieci diocesi altrettante microimprese agricole e di servizi. La Caritas costituirà una cooperativa per erogare microcrediti. Lo scopo è creare nuove filiere produttive». In due anni mille persone troveranno lavoro. L’industria tessile che esporta magliette negli States ne impiega seimila. Si poteva fare di più? Alle accuse di inefficacia risponde la rete Caritas.«Nel primo anno – spiega Jasmine Bates, segretaria delle 11 Caritas nazionali presenti ad Haiti – abbiamo investito 217 milioni di dollari, un terzo nell’emergenza, il resto in formazione, sanità e alloggi provvisori aiutando un milione e mezzo di vittime e lavorando con diocesi e parrocchie. Contando l’intervento anti-colera, abbiamo speso tra il 50 e il 60 per cento del budget. Poco? Senza stabilità politica sfido non si può fare di più». Il braccio caritativo della Chiesa punta sul lungo periodo per impedirci di dimenticare Haiti.