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PORT-AU-PRINCE. Haiti piomba nel caos

Celine Caimon giovedì 9 dicembre 2010
Colonne di fumo anneriscono il cielo di Port-au-Prince. Si alzano dai copertoni in fiamme delle barricate, erette in poche ore in molti quartieri della capitale all’indomani della proclamazione dei risultati delle elezioni presidenziali e legislative. La sede del partito al potere “Inite” (Unità) è stata data alle fiamme da manifestanti. Negozi chiusi, traffico bloccato, la polizia che ha cercato per tutta la giornata di spegnere i fuochi e rimuovere i blocchi stradali. In serata, una folla di manifestati ha sbarrato l’ingresso alla residenza del presidente Preval. I disordini hanno spinto il governo ha chiudere tutti gli aeroporti dell’isola, incluso quello internazionale della capitale. I voli resteranno sospesi anche oggi. È stata una giornata difficile, quella di ieri, dopo una notte di alternanza tra tamburi, fischi e qualche tiro d’arma da fuoco. Protagonisti della protesta, simpatizzanti di Michel Martelly, un cantante popolare senza esperienza politica ma che ha saputo far leva sui sentimenti. È arrivato terzo, con il 21,48% dei voti, e contesta la sua esclusione dal ballottaggio. Il secondo turno, previsto il 16 gennaio, vedrà sfidarsi Mirlande Manigat, arrivata in prima posizione con il 31,37% dei voti, e il protetto del presidente uscente Préval, Jude Celestin, arrivato secondo con il 22,48%. Nella città meridionale di Les Cayes, zona d’origine di Martelly, i manifestanti hanno saccheggiato alcuni edifici rappresentativi del potere. Tre ragazzi sono stati uccisi e almeno altre dieci persone sono rimaste ferite negli scontri. Tensioni anche a Mirebalais e Cap-Haitien, nel Nord, dove c’è stata la quarta vittima della giornata, anche stavolta un giovane. Più che una protesta a favore di Martelly, il movimento in atto in queste ore è una protesta contro Celestin, simbolo di una continuità con una situazione giunta al limite. Si accusa il governo di aver manipolato i dati elettorali, dopo un voto segnato da molte irregolarità, per andare al ballottaggio. A Port-au-Prince, a fare le spese della giornata di protesta sono stati soprattutto i terremotati del 12 gennaio scorso: oltre un milione di profughi costretti a vivere in tendopoli. Nel centrale campo di Marte, latrine rovesciate a terra e pneumatici in fumo costeggiano migliaia di tende di fortuna sbiadite dal sole e dalle piogge, oscurando un orizzonte già cupo. A quasi un anno dal sisma, il campo trasmetteva, fino all’altro ieri, una sconcertante sensazione di “normalità”. Venditori ambulanti, bambini che giocavano, gente che mangiava e cucinava, panni che asciugavano al sole. Si ascoltava la radio, si telefonava, si chiacchierava. Nell’odore dei fumi dei tubi di scappamento dei Suv del personale dell’Onu. «Conoscendo gli haitiani e la loro capacità di resistenza, temo che si abitueranno a questa situazione disumana. Ciò non deve accadere», dice Suor Vivian, una missionaria statunitense incontrata dinanzi alla tettoia che ha sostituito la Chiesa del Sacro Cuore, crollata nel terremoto. «Tra i terremotati – sottolinea padre Jean-Maxin Tristan, haitiano, della Società dei padri di San Giacomo, congregazione francese – c’era la speranza di vedere case ricostruite, il diritto a un vita dignitosa. Oggi questa speranza è stata disattesa e le persone stanno perdendo la pazienza». Celestin incarna un governo che nell’ultimo anno è stato molto criticato per il suo silenzio e la sua inazione, e che ha ceduto il passo alle organizzazioni internazionali di assistenza che – a quanto racconta dice padre André Siohan, francese, economo dei padri di San Giacomo – «hanno instaurato un sistema assistenzialista, senza tener conto del tessuto sociale esistente». A complicare lo scenario e far salire la protesta, l’epidemia di colera, la prima nella storia del Paese e di cui sembra siano stati responsabili caschi blu nepalesi della locale missione Onu, la Minustah. Prima tra gli attori internazionali a esprimersi sui risultati elettorali, Washington, attraverso la sua ambasciata ad Haiti, che non avvalla i dati forniti dal Consiglio elettorale e invita a considerare con maggiore attenzione i rapporti degli osservatori che hanno denunciato brogli e irregolarità.