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DILEMMA AIUTI. Haiti, fondi senza crescita

Lucia Capuzzi lunedì 11 marzo 2013
​Sfumati, emaciati, quasi evanescenti, i corpi dei contadini affiorano dal lago monotono di terra, acqua e steli sottili che formano le risaie. Braccia e gambe si muovono con una calma insolitamente liquida, in sintonia con il paesaggio. Si ha l’impressione di essere capitati in pieno XVIII secolo. Quando la valle dell’Artibonite e il suo epicentro, Saint Marc, erano il cuore agricolo di Haiti e della madrepatria francese: i tre quarti dello zucchero mondiale cresceva in questo pezzo d’isola, insieme a caffè, cotone, indaco, rum e riso. Deforestazione, urbanizzazione selvaggia, guerre, assenza dello Stato e taglio delle tasse di importazione sul cibo introdotto negli anni Novanta su pressione Usa hanno distrutto il potenziale verde del Paese, ora il più povero dell’Occidente. Queste risaie intorno a Bokozelle sono un’eccezione. Nata dalla collaborazione dell’Ong Cisv con l’organizzazione locale Je Luvri 5 (Ojl5), in creolo “occhi aperti”. Il Cisv fornisce a quest’ultima e ai suoi 4mila coltivatori formazione tecnica e logistica per migliorare produttività e commercializzazione del riso. L’obiettivo è passare dalle attuali 8 a 16mila tonnellate l’anno. Aumentare la produzione agricola è il grande nodo dello sviluppo haitiano. L’era delle esportazioni è finita. I raccolti non bastano nemmeno per sfamare i 10 milioni di abitanti: oltre la metà del cibo dev’essere importata. Quando, poi, come nei mesi scorsi, alla debolezza strutturale dell’agricoltura locale si aggiungono fenomeni naturali eccezionali, la situazione diventa esplosiva. Tra settembre e ottobre gli uragani Isaach e Sandy hanno flagellato l’isola, già tormentata da una lunga siccità. Risultato: l’intera produzione agricola del 2012 è stata distrutta. «Cinque milioni di persone sono a rischio sicurezza alimentare», spiega ad Avvenire Myrha Kaulard, direttore ad Haiti del Programma alimentare mondiale (Pam). Nemmeno il terribile terremoto del 2010 – in cui morirono 220mila persone – creò una simile emergenza-cibo perché colpì un’area urbana. I prossimi tre mesi sono cruciali per evitare la carestia. «Dobbiamo fornire agli agricoltori, entro aprile, le sementi necessarie perché a luglio possa esserci un nuovo raccolto», aggiunge Kaulard. Per questo, il Pam ha lanciato l’appello alla comunità internazionale: occorrono 18 milioni di dollari. Subito. Di nuovo, a tre anni dal sisma, le grandi istituzioni internazionali chiedono ai governi del mondo di mettere mano al portafogli per assistere l’isola in cronica difficoltà. Ma è davvero questa la strada? La domanda non è nuova. Le grandi catastrofi, quando finiscono sulla ribalta mediatica, attirano nella o nelle zone colpite altrettanto grandi somme di denaro. E aprono ancor più grandi polemiche sul loro utilizzo, sulla trasparenza, gli interessi occulti che, spesso, si nascondono dietro la generosità dei donatori. È accaduto con lo tsunami del 2004 e il terremoto in Pakistan del 2005. Per le strade dissestate di Port-au-Prince, dove le baraccopoli sono l’alternativa alle tendopoli, si cerca invano l’eco della promessa internazionale di (ri)costruire in fretta e meglio. Eppure, i soldi sono arrivati. Certo, meno del previsto: 2,48 miliardi di dollari rispetto agli 11 annunciati dai 55 Paesi donatori. Una cifra comunque ingente. A gestirla, in gran parte, sarebbe dovuta essere la Commissione per la ricostruzione (Cirh), un ente ad hoc, con un mandato temporaneo di 18 mesi, guidato dal inviato speciale Onu, Bill Clinton, e dal primo ministro haitiano. Questa, però, si è trovata fra le mani il 16 per cento del denaro giunto, cioè 396 milioni. Il resto è stato gestito in modo autonomo dagli Stati, bypassando il debolissimo esecutivo locale. Questione di urgenza, si sono giustificati i donatori. La Cirh è stata più volte accusata di estrema lentezza. Come il Comitato di coordinamento dell’aiuto esterno (Cadr), l’organismo che ha sostituito la Cirh dopo che questa, come previsto, ha cessato di esistere nell’ottobre 2011. Il Cadr è un ente tutto haitiano – i Paesi donatori hanno una funzione consultiva – e agisce in base al piano di ricostruzione del governo. Al momento, il Cadr ha in corso 17 progetti per un totale di quasi 300 milioni. E gli altri – dicono dall’ente – saranno presto investiti in infrastrutture, case, microimprese. Difficile capire dove siano finiti gli oltre 2 miliardi gestiti in proprio dalle nazioni “amiche”: Clinton ha ammesso che un terzo della somma è rientrato nelle tasche di donatori attraverso commesse a propri enti militari e civili specializzati in emergenze umanitarie. Secondo il Centro for the Economic Policy Research, su 1.490 contratti siglati dagli Usa tra gennaio 2010 e aprile 2011 per far fronte al disastro, appena 23 sono andati a compagnie haitiane. L’esclusione dal processo ha irrita non poco la popolazione. Tanto più che i risultati scarseggiano. Non stupisce, dunque, che l’esempio haitiano sia additato da molti come l’emblema dell’inefficacia dell’aiuto internazionale. Invece di risolvere i problemi – si dice – arricchisce chi lo elargisce e crea dipendenza in chi lo riceve. Una visione estrema. Favorita anche dall’ansia dei donatori di stringere i cordoni della borsa in tempi di crisi mondiale. «In realtà, non parlerei di fallimento haitiano – dichiara ad Avvenire Ramiz Alakbarov, coordinatore Onu degli aiuti umanitari ad Haiti –. Il terremoto è stata una tragedia immane. Ci vuole tempo perché il Paese possa riprendersi, ma i segni di rinascita ci sono. Ad esempio, oltre l’80 per cento delle macerie è stato rimosso: tre anni sono un tempo record data la quantità di detriti». Il punto – ribadiscono organizzazioni governative e non – è scegliere la giusta strategia di assistenza. I sussidi a pioggia sono inutili. «Occorrono progetti di lungo periodo che stimolino la produzione locale. Il Pam ora acquista il cibo dai coltivatori locali, anche se è più caro», conclude Koulard. Tra le risaie di Bokozelle, Andrea Fabiani, rappresentante di Cisv, racconta: «Proponiamo alle associazioni locali di strutturarsi in cooperative per abbattere i costi». Un unico trasporto in città del raccolto, ad esempio, fa abbassare il prezzo di un terzo. Convincere i produttori, però, è un processo lento: Fabiani ha appena terminato una riunione-fiume con gli agricoltori. «Devono trovare il loro modo. Potremmo imporgli il nostro. Ma sarebbe un risultato effimero. Solo gli haitiani possono costruire il loro sviluppo».