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Ucraina. Guerra giorno 84, la dura perdita di Mariupol e un nuovo realismo per Kiev

Andrea Lavazza mercoledì 18 maggio 2022

Nell’84° giorno della guerra in Ucraina si fanno ancora i conti con la resa dei resistenti dell’Azovstal a Mariupol. La decisione del presidente Zelensky di interrompere uno scontro che non si sarebbe potuto vincere, con lo scopo di salvare le vite di soldati e miliziani, potrà avere qualche ripercussione sul morale delle forze ucraine, ma potrebbe anche essere un passaggio importante per pensare a eventuali cambiamenti nella conduzione del conflitto.

Finora, dopo l’invasione del 24 febbraio e l’occupazione di città e territori del Nord, dell’Est e del Sud da parte dell’Armata russa, l’esercito di Kiev ha sempre retto l’urto e ha, anzi, riconquistato l’ampia zona intorno alla capitale e altre porzioni della regione di Kharkiv. L’idea di abbandonare i combattimenti in qualche snodo strategico non era contemplata, la prospettiva era quella del manipolo di marinai sull’Isola dei Serpenti, nei primi giorni di guerra, invitato ad alzare bandiera bianca, che rispose sprezzante: “Venite a prenderci”. Il capo del reggimento Azov, Denys Prokopenko, in uno dei suoi messaggi dal bunker in cui era assediato con i suoi uomini, aveva chiesto se nell’intero Paese non si trovassero forze fresche per tentare di dare manforte ai difensori di Mariupol. Gli stessi media ucraini, lunedì sera, hanno esitato a lungo prima di dare notizia del via libera del presidente e dell’“obbedisco agli ordini” dello stesso Prokopenko, quasi vi fosse una certa incredulità di fronte alla decisione di abbassare le armi da parte degli “eroi” che per 82 giorni avevano tenuto le posizioni, impedendo a Mosca di prendere il completo controllo della città.

Non si tratta ora soltanto della sorte di Prokopenko, 30 anni, diventato un simbolo per il Paese, lui simpatizzante di estrema destra nella tifoseria della Dinamo Kiev, poi laureato in lingue e volontario nella guerra del 2014, nella quale si segnalò presto sul campo tanto da ottenere un ruolo di comando. Per lui si ipotizzava, e ancora lo si fa se scamperà alla vendetta russa, un possibile ruolo politico in questo delicato frangente, anche per la storia della sua famiglia di origine finlandese, che combatté contro l’Unione Sovietica nel 1939-40 per il controllo della Carelia, infine passata a Mosca. Adesso la resa e i concomitanti negoziati per l’uscita in sicurezza dei feriti e poi di tutti coloro che erano asserragliati ad Azovstal segnano la possibilità di un nuovo approccio.

La perdita definitiva di Mariupol non cambia a breve termine i destini del conflitto. Ma introduce forse un elemento di realismo nei piani di Zelensky e del suo governo. Certo, ci potrà essere un’ala dura che spinge per continuare a oltranza la battaglia nel Donbass, nella speranza che con gli aiuti americani si possa invertire completamente l’inerzia del conflitto e riconquistare tutte le province perse. Tutto questo, però, ha un costo altissimo e, come ha detto lo stesso presidente, gli “eroi ci servono vivi”. Perciò, il tributo di sangue e di distruzione che l’Ucraina continua a pagare potrebbe diventare insostenibile, soprattutto quando c’è il rischio che non serva all’obiettivo che ci si è prefissati.

Metabolizzare la caduta di Azovstal sarebbe allora il modo di pensare a un tavolo di pace che non penalizzi Kiev ma tenga in considerazione che di fronte al ritiro russo potranno essere valutate, per alcune zone, forme di amministrazione speciale e anche referendum, seppure con garanzie ben precise di monitoraggio internazionale, per non ripetere voti altamente irregolari come quello in Crimea del 2014 (ma come le stesse elezioni in Russia).

Torna quindi d’attualità anche per l’Ucraina l’interrogativo di che cosa voglia dire “vincere”. Un interrogativo che non potrà essere completamente disgiunto dalle determinazioni del fronte occidentale che sostiene la resistenza del Paese invaso. Il logoramento della Russia putiniana dichiarato dal Pentagono non coincide con il desiderio di arrivare presto a una tregua espresso sia dal premier Draghi sia dal presidente di turno della Ue, Macron.

I 43 Paesi “volenterosi” che hanno aderito all’intesa informale pro-Ucraina continueranno a premere sul Cremlino perché receda dalla violazione del diritto internazionale e della sovranità di un Paese libero e indipendente. Ma dovranno anche provare a individuare una via di uscita dal conflitto che non sia una resa incondizionata e nemmeno un inutile, prolungato massacro.