Mondo

Reportage. Così lo stop al grano ucraino e il cambio climatico uccidono il Sud Sudan

Paolo M. Alfieri, inviato a Juba (Sud Sudan) domenica 3 luglio 2022

Una contadina lavora sui campi sempre più aridi

Sotto l’impietoso sole di mezzogiorno, con 38 gradi e nemmeno una nuvola all’orizzonte, Mary Akech, 30 anni e incinta al sesto mese di gravidanza, alza e abbassa la vanga su un terreno arido e pieno solo di erbacce. Ha già cinque figli, il pancione ovviamente la affatica, ma non smette un attimo di darsi da fare. «Devo preparare le coltivazioni, purtroppo la terra sta diventando sterile e quindi so già che il raccolto non sarà buono, ma almeno avrò qualcosa per sfamare la mia famiglia».

Distretto di Gumbo, pochi chilometri da Juba, capitale di un Sud Sudan in cui oltre 6 milioni di persone, il 60 per cento degli abitanti, è già alle prese con una drammatica emergenza alimentare.

Bisogna avventurarsi fino a qui per comprendere come le conseguenze della guerra in Ucraina siano l’ultima tessera di un puzzle in cui conflitti, cambiamenti climatici e lotta per le risorse si combinano tra loro riducendo un Paese intero allo stremo. È dei giorni scorsi la difficile decisione del Programma alimentare mondiale dell’Onu di tagliare gli aiuti alimentari al Sud Sudan: un milione e mezzo di persone, comprese decine di migliaia di bambini, non riceveranno più cibo.

I magazzini degli enti internazionali, che si rifornivano in gran parte da Kiev per il loro grano, sono sempre più vuoti. Le Ong devono comprare grano altrove, ma a prezzi ben più alti, e così i fondi non bastano più per tutti. La selezione degli aiuti è già tutta qui.

A soffrire è l’intera Africa sub-sahariana, in cui non mancano peraltro i conflitti interni, come quello che dal 2013, due anni dopo l’indipendenza che ne hanno fatto lo Stato più giovane al mondo, ha devastato anche il Sud Sudan, con 400mila morti e oltre 6 milioni di sfollati.

Qui avrebbe voluto portare un messaggio di speranza e riconciliazione papa Francesco, ma la sua visita per ora è stata rinviata per motivi di salute. Il Pontefice ha inviato il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, e in un videomessaggio al Sud Sudan e al Congo (altra tappa africana del viaggio) ha ribadito: «Vi porto nel cuore più che mai. Porto dentro di me, nella preghiera, le sofferenze che provate da tanto, troppo tempo».

«A Gumbo oltre l’80 per cento delle famiglie ha già finito le sue riserve alimentari: ogni giorno gli abitanti faticano ad avere qualcosa da mangiare», spiega Peter Loku, che segue un progetto realizzato qui dall’Ong italiana Avsi a favore di 150 agricoltori, quasi tutte donne, come la stessa Mary Akech. «Con gli aiuti in diminuzione, è importante rafforzare le capacità dei contadini, la loro formazione – continua Loku –. Gli stessi cambiamenti climatici e la deforestazione sono una sfida tremenda. Prima si cominciava a coltivare a marzo, ora si arriva a maggio o a giugno, perché le piogge iniziano tardi».

Mary Akech, contadina, incinta e al lavoro nei campi a Gumbo - P.M.Al.

I 150 agricoltori di Gumbo, riuniti in 5 gruppi, hanno formato una comunità di risparmio. Ogni settimana si incontrano e versano 2mila sterline sud sudanesi, l’equivalente di 4-5 euro, in una cassa comune dalla quale è possibile attingere per prestiti individuali, oltre a una piccola quota per un fondo di emergenza destinato a coloro che, ad esempio, dovessero ammalarsi.

È un processo autogestito, mentre Avsi interviene sulla formazione e con un aiuto per la distribuzione dei semi. Per persone come Mary, l’aiuto e il sostegno comunitario «è l’unico modo per non affrontare da sola questi tempi difficili», che la costringono a faticare nei campi anche con un bimbo in arrivo. Per ora, di certo, è l’unica cosa che riesce a darle «ancora un po’ di speranza per il futuro dei miei figli».

A Juba vive dal 2015 padre Federico Gandolfi, dei Frati minori francescani, che opera instancabilmente per gli abitanti di queste terre, dando assistenza in un campo profughi e attraverso un’associazione che si occupa di curare per strada i più dimenticati. «Sempre più persone vengono da noi in parrocchia a chiederci aiuti alimentari o un sostegno per le spese mediche – spiega padre Federico –. Mentre aumentano gli scontri tribali e le lotte di potere, la guerra ha provocato una totale dipendenza dagli aiuti. In Sud Sudan non si produce quasi più nulla e la conflittualità tra governo e opposizione può riesplodere in ogni momento. Attraverso Internet i giovani vedono il mondo esterno, un mondo illusorio, di cui non sentono di far parte. Più di uno mi chiede: perché Dio mi ha fatto nascere qui?».

Padre Federico Gandolfi con i bambini - P.M.Al.

Juba sembra ancora ferma a un decennio fa: dopo l’indipendenza poco o nulla è stato realizzato, le infrastrutture sono assenti, si fatica anche a intravedere una strada asfaltata. Tra le casupole fatiscenti e le baracche dal tetto in lamiera, si muove un’umanità sperduta, disorientata, che lotta solo per arrivare al giorno dopo.

Per i giovani un punto di riferimento è la Catholic University, 1.800 studenti, futura classe dirigente di un Paese che però deve ancora trovare una rotta e per la cui riconciliazione moltissimo si sta spendendo la Comunità di Sant’Egidio.

«Dopo l’indipendenza avevamo la speranza di vivere in un Paese pacifico, di far sì che la popolazione avesse servizi di base, come istruzione e sanità, ma la guerra ha distrutto le aspirazioni della gente – sottolinea il rettore dell’università, padre Matthew Pagan –. I nostri leader sembrano non capire che è loro compito creare le condizioni per lo sviluppo. Hanno ancora una mentalità legata alle armi e l’accordo di pace è solo un’intesa di mantenimento del potere. In molte zone, come a Torit, non c’è più cibo, i raccolti non sono sufficienti e il costo dell’energia e degli altri beni si è impennato. A maggio un litro di carburante costava 500 dollari sud sudanesi (1,4 euro), ora 800. In generale, oltre al sostegno della comunità internazionale, abbiamo bisogno di un cambiamento generazionale, di investire nell’educazione dei giovani».

Una contadina lavora sui campi sempre più aridi - P.M.Al.

Ai primi di aprile, i rivali di sempre, il presidente Salva Kiir e il suo vice Riek Machar hanno siglato un accordo per creare un comando di forze armate unificato, uno dei nodi che restavano ancora irrisolti dall’accordo che nel 2018 doveva porre fine alla guerra civile. L’intesa prevede una distribuzione 60-40 a favore del presidente Kiir dei ruoli chiave nelle forze di sicurezza. Il principio resta quello della condivisione del potere, che è anche alla base del governo di unità nazionale varato nel 2020. La riduzione delle tensioni resta però, di fatto, una scommessa dagli esiti incerti, mentre l’Onu parla di una potenziale catastrofe umanitaria. Come sia possibile evitarla, nel tempo delle crisi globali a catena che moltiplicano i loro effetti l’una sull’altra, è ancora tutto da decifrare.

L'arcivescovo di Juba: «Senza cibo più tensioni»

L'arcivescovo di Juba, monsignor Stephen Ameyu Martin Mulla - P.M.Al.

«L'insicurezza alimentare è a causa a sua volta di insicurezza, in un Paese come il Sud Sudan in cui già la tensione è alta. Le cause sono di diverso tipo, dalle dinamiche politiche internazionali alle conseguenze del cambiamento climatico, che provocano da un lato siccità e dall'altro inondazioni che distruggono intere aree agricole, causando la fuga di molte persone. Sia i nostri politici che le grandi potenze possono e devono fare di più». Ne è convinto monsignor Stephen Ameyu Martin Mulla, arcivescovo di Juba, nominato alla guida della diocesi nel marzo del 2020.

Nel 2011 l'indipendenza, due anni dopo però in Sud Sudan era già guerra civile. L'attuale accordo dà speranze di stabilità?
Negli ultimi tre anni il presidente Salva Kiir ha preso un impegno: molte volte, incontrandoci, ha detto che non porterà più il Paese in guerra. E questo per noi è molto incoraggiante. Ora, però, gli chiediamo che metta in pratica questo impegno. A livello di comando, governo e opposizione stanno unendo le forze, ma sono i loro uomini a livello più basso che devono seguire questo percorso. Qualche segno di speranza però c'è.

La sicurezza è il problema principale?

Direi di sì, insieme naturalmente a un contesto economico molto difficile. Ci sono ancora molti scontri intecomunitari. E sono scontri che sembrano diretta emanazione di Juba. Forze che stanno qui, nella capitale, causano tensioni anche nelle zone rurali. I politici non sanno ancora camminare insieme.

La comunità internazionale cosa può fare?
Le grandi potenze dovrebbero superare il loro disinteresse: in questo modo potrebbero facilmente risolvere i problemi del Sud Sudan, forzando le parti al dialogo. Solo la stabilità può darci soluzioni durature. Risolvere i problemi ora è meno costoso rispetto a dover intervenire contro una catastrofe in futuro.

In che modo la Chiesa cattolica locale cerca di aiutare la popolazione?
In diversi Stati del Sud Sudan la Chiesa locale è la spina dorsale di servizi di base come educazione e sanità. In alcune zone contribuiamo più del governo alle esigenze di questi settori. Le nostre scuole e gli ospedali hanno continuato a funzionare anche durante la guerra e continuano a camminare con la gente al livello di base, tramite il lavoro delle Caritas diocesane.

Come guardano i giovani sud sudanesi al loro futuro in un simile contesto?
Per loro il principale problema sono la mancanza di lavoro e i bassi salari.I nostri giovani non sanno molto dell'Europa o dell'America. Sanno soprattutto che i nostri Paesi vicini, come Ruanda o Kenya, stanno un po' meglio di noi e sperano che anche il Sud Sudan possa intraprendere lo stesso percorso.

Papa Francesco in questi anni si è speso molto per il Sud Sudan, la sua visita, ora rinviata, era molto attesa...
Certamente, e speriamo che Dio gli dia salute perché possa venire. Tutti qui ricordano quando nel 2019 il Santo Padre, invitati i leader del Sud Sudan per un ritiro in Vaticano, baciò loro i piedi, chiedendo di riconciliarsi una volta tornati a casa. Da quel momento i sud sudanesi sanno che il Papa è al loro fianco e che la riconciliazione arriverà. L'annuncio della sua visita, lo scorso 3 marzo, era stato un grande momento di gioia. Noi lo aspettiamo.