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Giornata europea dell'ebraismo. Della Pergola: "Quale dialogo con chi nega il dialogo?"

Barbara Uglietti martedì 5 ottobre 2021

Domenica 10 ottobre, sinagoghe, musei e luoghi di incontro si apriranno per la «Giornata europea della Cultura ebraica». Quest'anno il tema è: «Dialoghi»

«Dialoghi» è il tema della XXII Giornata Europea della Cultura Ebraica, che in Italia si terrà domenica 10 ottobre. Quest’anno la “città capofila” è Padova, da lì l’evento si estenderà a 108 località in 16 Regioni (qui il programma: https://ucei.it/giornatadellacultura). «La grande sfida del mondo contemporaneo è trovare modalità di convivenza nella diversità: tra le diverse anime, culture, religioni ed etnie che compongono le nostre società, così come all’interno delle stesse comunità e del mondo ebraico – ha detto Noemi Di Segni, presidente dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane –. È nostro preciso compito ascoltare chi la pensa in modo differente da noi, mediare per valorizzare le affinità e i punti di comunanza». A Milano (qui il programma: https://www.mosaico-cem.it/vita-ebraica/jewish-in-the-city/dialogo-parlarsi-ascoltarsi-capirsi/) la Giornata si aprirà in mattinata al Tempio Centrale di via Guastalla con i rappresentanti di quattro religioni: le tre monoteiste e il buddhismo. Parteciperanno il rabbino capo della Comunità ebraica di Milano, rav Alfonso Arbib, monsignor Gianantonio Borgonovo, l’imam Yahia Pallavicini e Lama Paljiin Tullio Rinpoce. Seguirà il «Dialogo istituzionale tra gli ebrei italiani e le istituzioni dello Stato » con l’intervento della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e di Milena Santerini, coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo. Nel pomeriggio, la Giornata si sposterà al Museo della Scienza e della Tecnologia. Interverrà il professor Sergio Della Pergola su «Israele: dialoghi e convivenze».

«Il 10 ottobre ci riuniamo a Milano, nella Giornata europea della Cultura ebraica, per discutere intorno al tema del dialogo. Ecco: mi piacerebbe davvero che un rappresentante taleban, o un rappresentante iraniano, ci spiegassero qual è il loro concetto del dialogo. Possibilmente un dialogo che vada oltre il desiderio di annientamento della controparte».

Sergio Della Pergola - massimo esperto sulla popolazione ebraica di Israele e della diaspora, professore emerito all’Università Ebraica di Gerusalemme e membro della Commissione Yad Vashem per i Giusti tra le Nazioni - individua nel “dialogo con chi vuole uccidere il dialogo” la sfida che l’Occidente è chiamato ad affrontare di fronte ad attori, vecchi e nuovi, che si muovono sulla scena internazionale senza abbandonare i presupposti di cancellazione dell’altro. O della cultura dell’altro.

Il nuovo regime in Afghanistan sta imponendo risposte. Ce ne sono?
Stiamo assistendo a fenomeni che a me paiono estremamente inquietanti. Credo ci siano situazioni storiche in cui non ci può essere compromesso. E vanno affrontate con una risolutezza che, invece, non vedo, soprattutto in Europa. A rischio c’è l’impianto democratico della società che abbiamo scelto e costruito. Ci sono già derive pericolose, segnali che non possono non essere raccolti.

Per esempio?
L’antisemitismo. È in crescita esponenziale. Ed è un fenomeno sicuramente più grave adesso in ragione della radicalizzazione dei conflitti su base religiosa o etnica.

In che modo sta cambiando?
Storicamente, ci sono molte “scuole di pensiero” antisemite che nei millenni hanno stratificato pregiudizi. Ci sono costanti di pensiero che sono antichissime: possiamo cominciare dai tempi biblici, con il Faraone (gli ebrei sono troppo numerosi), fino a oggi, con l’idea della non-assimilazione. C’è chi rimane ancorato alla narrativa di un certo periodo, c’è chi ne sviluppa di nuove. Ma oggi le grandi direttrici restano soprattutto tre. Uno: negare all’ebreo di essere uguale agli altri. Due: negare la Shoah – che oggi non si concretizza tanto nella negazione dell’Olocausto, quanto nel tentativo di negare agli ebrei il diritto di avere una specifica memoria dell’Olocausto, negandone l’unicità. Tre: negare agli ebrei come popolo di avere un loro Stato, Israele.

Israele non è quasi mai oggetto di dialogo, piuttosto di scontro. Polarizza le opinioni come forse nessun’altra entità al mondo. Per quale motivo?
C’è una sensibilità eccessiva. Una specie di paradosso per cui ci si aspetta che Israele sia lo Stato perfetto, e si chiede a Israele di fare ciò che non è richiesto agli altri Paesi. Faccio un esempio: in Israele ci sono stati gravi disordini interni e la cosa è stata immediatamente evidenziata come una minaccia all’esistenza stessa dello Stato. Quando una scena identica avviene a Parigi, tutto rientra nella dinamica, pur drammatica, interna a un Paese. Con Israele si usano due pesi e due misure, ed è un grave sbilanciamento mediatico.

Viene invocato sempre più spesso il diritto di criticare Israele senza passare per antisemiti.
Si fa sempre una confusione colossale tra l’entità Stato di Israele e la personalità di chi guida il governo. Sono molto critico nei confronti del precedente esecutivo di Benjamin Netanyahu, a partire almeno dal 2015. È stato un percorso tragico per il Paese. Ma questo non può diventare il pretesto per mettere in critica il diritto ad esistere di Israele. E non si può accettare che quelle forme di ostilità che negano l’esistenza di Israele, o che propongono il boicottaggio di Israele, non vengano considerate forme di antisemitismo. Lo sono, eccome. Ci sono inchieste molto importanti fatte sulla base della popolazione ebraica in Europa (in particolare quella della Fra – l’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti fondamentali – che ha interessato 16mila ebrei in 12 Paesi dell’Unione) che ci danno una solida base di dati empirici su come le comunità ebraiche europee, pur nella loro diversità, valutano il fenomeno. E non c’è il minimo dubbio che la stragrande maggioranza del nostro campione percepisca la negazione di Israele, o la Bds (la campagna di boicottaggio) come un atto di antisemitismo. Gli ebrei la vedono così, e siccome l’antisemitismo è contro gli ebrei, gli ebrei hanno tutto il diritto di esprimere la loro opinione. Che va rispettata.

La critica principale che viene rivolta a Israele è quella di impedire ai palestinesi di avere un loro Stato.
No. Quella è solo una parte della critica. La critica comincia prima, con la negazione del diritto degli ebrei ad avere una loro nazione. Adesso circola anche questa assurda provocazione sullo “Stato binazionale”, come se gli ebrei non avessero una propria identità, e i palestinesi la loro. Come se si decidesse di fondere l’Italia con la ex-Jugoslavia. Per il resto, certo che i palestinesi hanno tutto il diritto di creare un loro Stato, e devono operare in modo da raggiungere questo obiettivo. Purtroppo direi che non hanno voluto o saputo creare le strutture essenziali dell’auto-gestione democratica.

Dal 1967 sono sotto occupazione. Peraltro, va riconosciuto che da più di 70 anni godono del sostegno politico, del supporto economico e della solidarietà della comunità internazionale. Perché finora non sono riusciti a mettere a frutto tutto ciò per concretizzare il loro legittimo diritto ad avere uno Stato?
Se guardiamo le carte geografiche stampate sui libri di testo delle scuole palestinesi si vede un solo territorio arabo musulmano che si chiama Palestina. Israele non esiste. Il problema è passare il Rubicone, riconoscere che Israele c’è. Da lì si può partire per discutere sulle competenze delle due entità. Quanto alle enormi risorse, sono andate a rinforzare una costosa struttura bellica, come la missilistica e i camminamenti sotterranei, che ha portato solo sconfitte.

Con questo nuovo governo israeliano si aprono possibilità di dialogo?
L'ex premier Benjamin Netanyahu ha perseguito in tutti i modi la politica della spaccatura e della delegittimazione del rivale. Non sarà difficile fare meglio. Sul fronte interno, in questi ultimi tre mesi l’esecutivo di Naftali Bennett ha fatto più di quanto Netanyahu abbia fatto negli ultimi tre anni. È vero che una coalizione così eterogenea difficilmente potrà prendere decisioni storiche, soprattutto sul fronte palestinese. Però, per la prima volta in coalizione c’è un partito di rappresentanza degli arabi, quello di Mansour Abbas. È un segno del nuovo corso. Pochi giorni fa il ministro della Difesa Benny Gantz è andato a Ramallah a parlare con Abu Mazen: un gesto che non si vedeva da anni. Mentre Bennett è andato a Washington da Joe Biden e al Cairo da al-Sisi, accolto con sincera amicizia. Forse siamo sulla strada giusta. Spero si vedranno risultati.