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Minoranze perseguitate da difendere. Ma il ghetto non dà futuro

Riccardo Redaelli mercoledì 11 gennaio 2012
Quando i tempi si fanno calamitosi – e le mi­nacce si moltiplicano attorno a una comu­nità – è naturale pensare di riunirsi in un luo­go sicuro. Chiedere non solo protezione fisica al­lo Stato, ma un gesto politico più forte, visibile e duraturo. È quanto sta avvenendo in diversi Pae­si del Medio Oriente per le comunità cristiane, oggetto da troppo tempo di una persecuzione sempre più violenta e brutale da parte di movi­menti estremisti islamici e settari. In Pakistan gli attacchi, le minacce, le uccisioni, le prevaricazio­ni sono ormai una tetra costante da anni; nono­stante le promesse dei fragili governi di Islama­bad, stanno anzi aumentando d’intensità. Non sorprende quindi che esponenti politici cri­stiani di quel Paese abbiano rilanciato la richie­sta di creare una provincia separata all’interno del Punjab – la maggiore delle quattro province in cui è suddiviso il Pakistan e ove vive il maggior numero di cristiani – per dare una casa «alla na­zione cristiana», come scrive il Congresso cristia­no pachistano. Il progetto è simile a quello proposto da alcuni politici in Iraq, ove le comunità cristiane hanno sofferto vessazioni ancor peggiori: creare un’en­clave protetta, separata amministrativamente e ri­conosciuta politicamente. Una provincia cristia­na, quindi, guidata da cristiani e che possa gode­re di finanziamenti certi e in grado di assicurare quella protezione finora mancata. Apparentemente una scelta ragionevole: i cristiani in Pakistan sono milioni, anche se i censimenti uf­ficiali li sottostimano fortemente a solo il due per cento della popolazione totale. Ma in realtà, se si guarda al medio-lungo periodo, una scelta sicu­ramente sbagliata, che aggrava i problemi di quel­le comunità sotto l’apparenza di una soluzione. Politicamente, significherebbe infatti ghettizza­re ancora di più i cristiani, rinchiudendoli in u­na enclave, magari concessa nelle aree più aride e povere del Punjab. Vorrebbe dire spingere cen­tinaia di migliaia di cristiani a sradicarsi dalle città e dai villaggi in cui vivono da generazioni per migrare nella nuova provincia, magari obbli­gando musulmani o fedeli di altre religioni ad abbandonare i territori concessi ai cristiani. Un mix perfetto per scatenare nuovo odio, aliena­zione e sentimenti di vendetta. Inoltre, una pro­vincia cristiana sarebbe un bersaglio ancora più facile e di grande impatto mediatico per quei mo­vimenti violenti che oggi si accaniscono contro i villaggi cristiani o i singoli fedeli. Il classico va­so di coccio esposto alle instabilità e alle lotte in­testine che da sempre dilaniano il Pakistan, o la pedina facilmente sacrificabile da governi in dif­ficoltà per riconquistarsi il consenso dei partiti radicali islamici. Insomma, se si vuole garantire un futuro alle di­verse comunità – cattolica, protestanti, evangeli­che – e frenarne la diaspora, allora la strada da percorrere è ben altra. Essa passa dalle pressioni internazionali sul governo di Islamabad perché ri­veda quelle leggi che esaltano il settarismo e si muova con coraggio contro i partiti e i movimenti più radicali, fomentatori d’odio. E passa dal so­stegno, culturale, politico, umano e finanziario alle comunità cristiane. Ma anche a livello religioso, la proposta non è condivisibile: i cristiani hanno sempre avuto l’am­bizione evangelica di essere il «sale della terra» in cui vivono. In Pakistan, per fare un esempio, le scuole cattoliche e protestanti sono da oltre un se­colo un riferimento sicuro per chi voglia fornire un’istruzione adeguata ai propri figli. Milioni di pachistani si sono formati in quegli istituti, fra cui molti che oggi compongono l’élite politica e am­ministrativa del Paese. Le chiese e i centri cultu­rali collegati costituiscono parte attiva e integrante del tessuto sociale pachistano: lacerare il legame che esiste fra le comunità e il loro territorio, per inseguire un’illusione politica, non darà loro un futuro migliore.