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LA RIVOLTA IN LIBIA. Gheddafi riappare: resterò fino alla morte

Paolo M. Alfieri martedì 22 febbraio 2011
Straripa, il colonnello. Perché sia chiaro a tutti che l’autunno del patriarca, se mai è iniziato, sarà stagione lunga e perigliosa. Ha scelto un luogo altamente simbolico, Muammar Gheddafi, per il suo discorso a una nazione che ha trovato il coraggio per sfidarne l’autorità. Parla, il leader libico, tra le rovine del palazzo presidenziale bombardato dagli Stati Uniti nel 1986, un edificio completamente sventrato trasformato nella “Casa della resistenza”. «Non sono un presidente e non posso dimettermi – è la premessa del colonnello – Sono il leader della rivoluzione e lo sarò fino alla morte».È l’arringa che tutti da giorni attendevano, dopo che la rivolta partita da Bengasi è ormai esplosa con veemenza anche a Tripoli, sedata solo dai raid dell’esercito e dall’impiego di migliaia di mercenari. L’altra notte era apparso per soli 22 secondi, giusto per «far vedere che sono a Tripoli e non in Venezuela», come alcuni media avevano riferito. Ieri, invece, l’invettiva. «L’esercito riprenda il controllo della nazione e la gente scenda in piazza domani (oggi per chi legge, ndr) ed attacchi i manifestanti – ha esortato Gheddafi – La gente deve scendere in strada, dite ai vostri figli di andare in strada, radunateli e mandateli se amate Gheddafi».Nel suo discorso, il leader libico ha annunciato la nascita di «comitati per la difesa della rivoluzione», che avranno il compito di difendere aeroporti, porti, impianti petroliferi e altre infrastrutture. Nasceranno inoltre «comitati per la difesa dei valori sociali, composti da un milione di giovani che hanno memorizzato il Corano e che non avranno l’ordine di uccidere». I libici, insomma, devono reagire, anche attaccando i media arabi «che vogliono rovinare la vostra immagine nel mondo» e i «giovani drogati», che imitano le rivolte in Egitto e dietro cui «c’è un gruppo di persone malate infiltrate nelle città che pagano questi giovani innocenti per entrare in battaglia», «ratti pagati dai servizi segreti stranieri».«Un piccolo gruppo di terroristi non sarà la scusa per far arrivare nel Paese gli americani», ha proseguito il colonnello, che ha accusato «gli italiani e gli americani di aver dato razzi Rpg ai ragazzi di Bengasi» (accusa subito smentita da Roma, vedi articolo a pagina 7) ma ha anche paventato il rischio che il Paese si consegni ai «seguaci di al-Qaeda». «Non abbiamo ancora utilizzato la forza – ha aggiunto Gheddafi – e la useremo in conformità con le leggi internazionali», ma ha poi esortato esercito e polizia a «schiacciare la rivolta», ha ricordato che la legge libica prevede per i protestanti la pena di morte e ha disposto che «gli alti ufficiali della rivoluzione tornino alle loro tribù di origine per rimettere ordine».La risposta ai rivoltosi sarà «simile a Tiananmen» con una «bonifica casa per casa». Poi Gheddafi ha aggiunto che non ha «nulla in contrario» a una nuova Costituzione e a nuove leggi e ha affermato che oggi può nascere una «nuova Giamahiria» (repubblica) nel Paese. Lo stesso figlio, Seif Al Islam, «si consulterà con magistrati e avvocati» per dare «presto» al popolo «una Costituzione e le leggi che chiede». Mentre il leader parlava, giungevano peraltro notizie su nuovi bombardamenti effettuati da aerei dell’esercito su diverse zone di Tripoli. Secondo al-Jazeera i raid avrebbero causato «molti morti». Nel quartiere di Tayura, nella parte est della capitale, ci sono cadaveri per le strade. La tv ha aggiunto che in altre zone della città si sono visti elicotteri scaricare mercenari.È intanto riapparso il ministro dell’Interno Abdel Fatah Yunis, che Gheddafi aveva dato per assassinato a Bengasi. Non solo è vivo, ma si è unito alla rivolta e ha chiesto all’esercito di fare altrettanto. Secondo quanto riferito da alcuni militari passati dalla parte dei manifestanti, l’intera regione orientale non è più sotto il controllo del regime. «Ora tutte le regioni orientali sono fuori del controllo di Gheddafi, la popolazione e l’esercito sono mano nella mano», ha assicurato un ormai ex maggiore dell’esercito, Hany Saad Marjaa. A Bengasi si sarebbero formati comitati di cittadini che controllano la città. Anche le zone di confine con l’Egitto sarebbero controllate da uomini armati che si oppongono a Gheddafi. Ieri l’Egitto ha annunciato il rafforzamento delle proprie truppe al confine. Il Cairo aprirà il passaggio di Salloum per consentire l’ingresso in Egitto dei feriti.Stando a un gruppo di opposizione libica, il bilancio provvisorio della rivolta è di 560 morti e 1.400 feriti, ma altre fonti parlano già di mille vittime (mentre per il governo sono 300, di cui 58 soldati). «In alcuni centri di detenzione i migranti vengono costretti con minacce di morte ad arruolarsi nelle truppe mercenarie», ha denunciato il Consiglio italiano per i rifugiati. Intanto una nave da guerra libica, con ufficiali disertori a bordo, sarebbe in rotta verso Malta. A Tripoli la situazione resta più che mai tesa. L’aeroporto «è ormai una sorta di campo profughi, è sull’orlo di una crisi umanitaria: c’è la ressa di migliaia di persone in attesa di poter partire», hanno raccontato alcuni italiani rientrati ieri a Fiumicino.