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Intervista. «Frontiere violente: il deserto inghiotte i migranti»

Paolo M. Alfieri domenica 23 novembre 2014
«Il Sahel è sostanzialmente invisibile agli occhi del mondo se non quando capitano le tragedie nel Mediterraneo. Ma ancora più invisibile è la grande violenza che accompagna il deserto». Così padre Mauro Armanino, missionario che da oltre tre anni si occupa di migranti a Niamey, capitale del Niger. In questi giorni padre Mauro è a Roma, dove il Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti ha tenuto il VII congresso mondiale sul tema “Cooperazione e sviluppo nella pastorale delle migrazioni”. Perché il Sahel resta «invisibile»? Innanzitutto perché è una realtà lontana. E poi perché di fatto non interessa, se non quando ci sono delle guerre potenziali o quando vengono toccati nuovi giochi geopolitici, lì dove di colpo il Sahel riassume la sua importanza per evitare la santuarizzazione dei gruppi cosiddetti jihadisti. Però poco si parla di ciò che favorisce questi processi. E di cosa succede ai migranti che attraversano questo spazio. Com’è la situazione in Niger? Il Niger è una tipica terra di mezzo sia per chi transita verso il Nordafrica sia per chi si reca verso il Marocco. I migranti, sia dall’Africa occidentale che centrale, devono passare di qui e il loro transito spesso resta inghiottito nella sabbia. È una grande ingiustizia: si tratta di vite umane e ci sono responsabilità precise. L’Italia ha attuato anche dei progetti (fragili per la verità) di cooperazione bilaterale con il Niger, ma resta la mentalità di una frenatura d’insieme del fenomeno che è destinata al fallimento. E di fatto c’è una politica da parte degli Stati locali di favorire le partenze, perché qui non c’è futuro per i giovani. Quindi le migrazioni fanno “comodo” agli Stati locali? Certo: si “sbolognano” i giovani più “intraprendenti” o quelli che potrebbero dare fastidio, senza contare che se poi la migrazione riesce si otterranno le rimesse economiche. E quindi: perché scomodarsi così tanto? Alcuni muoiono nel frattempo, ma non saranno né i primi né gli ultimi. Di fatto poi la “Françafrique” continua: la Francia, ma anche gli Stati Uniti, con la scusa del terrorismo hanno ripreso piede. Ci sono centinaia di militari francesi e Usa nella nostra zona e la popolazione locale non ha molto potere in termini di sovranità. Frontiera uguale violenza? Sì, la frontiera è uno specchio di ciò che accade a livello economico-politico in questi Stati. Violenza in particolar modo verso i migranti che sono i più vulnerabili, spesso senza documenti. Ancora di più verso le ragazze: ad esempio alla frontiera tra Algeria e Niger le migranti vengono spogliate e “visitate” per scoprire se nascondono soldi nell’assoluta indifferenza, e questo in un contesto in cui l’islam dovrebbe rispettare le donne. Abbiamo provato a sottolineare questi aspetti con le autorità locali ma con molti pochi risultati. È una violenza “istituzionale”: doganieri e poliziotti si fanno il loro “porto”. In Algeria ci sono anche discriminazioni razziali verso i neri e i cristiani. Poi ci sono i trafficanti… In molti si affidano ai trafficanti, presupponendo che diano “garanzie” di raggiungimento dello scopo. Ciò spesso non accade e molti migranti restano bloccati, senza nemmeno un soldo dopo aver dovuto pagare queste organizzazioni. Di fondo resta il fatto che la gioventù non ha molte prospettive nel Sahel: c’è una demografia galoppante ma le politiche giovanile sono inesistenti. Ecco perché alcuni dei giovani che non migrano entrano poi a far parte di gruppi estremisti: grazie a questi formazioni sentono di assumere un’identità che altrimenti non avrebbero. Dobbiamo aiutarli a non restare inghiottiti in queste realtà.