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INTERVISTA. Frattini: «La fascia del terrore ci minaccia»

Arturo Celletti martedì 12 gennaio 2010
«Guardi la carta geografica... Parta da ovest, vede c’è la Mauritania, la zona dove sono stati sequestrati i nostri connazionali... Si sposti verso est: ecco il Mali, il deserto del Sahara, poi segua la linea sino alla Somalia e, oltre il mare, allo Yemen. Da qui si diramano le più pericolose cellule del terrorismo legate ad al-Qaeda...». Franco Frattini riflette solo qualche istante prima di invitare Italia e Europa a non chiudere gli occhi di fronte alla nuova emergenza. «È qui, in questa fascia di terra rossa che taglia l’Africa, la nuova linea del terrore, è da qui che arriva il pericolo...». L’aereo di Stato ha lasciato l’aeroporto di Roma-Ciampino da quasi cinque ore. Laggiù c’è solo deserto e mare, poi, come dal nulla, una distesa di case basse e strade polverose. «Ecco Nouakchott, la capitale della Mauritania», ci spiega il ministro degli Esteri che toglie gli occhi dal finestrino e riprende a ragionare sottovoce. Parla di al-Qaeda africana. Racconta un «territorio vergine dove è facile reclutare nuovi terroristi». Perché «c’è povertà e disperazione». Perché «è qui che si collegano gruppi autonomisti e cellule del terrorismo». Ancora una pausa precede il nuovo messaggio. «È questo il pericolo numero uno per l’Italia e per l’Europa. È così: il jihadismo nordafricano è e sarà il mostro da battere. Perché è più vicino a noi e perché ha assoluta facilità a infiltrarsi nelle rotte dell’immigrazione clandestina. Perché addestra, perché rapisce...». Quattro ore più tardi il ministro degli Esteri ha terminato i vertici ufficiali. Ha incontrato il presidente della Mauritania Mohamed Ould Abdel Aziz e con lui ha parlato dei due ostaggi italiani in mano alla rete che si richiama a Ossama Benladen. Oggi, poi, sarà in Mali per sapere che cosa sta succedendo anche dal presidente Touré. Ma su questo punto non è il momento delle spiegazioni, è solo quello dell’azione e del silenzio. «I rapitori puntano tutto sull’enfasi mediatica delle loro azioni. Parlare vuol dire solo compromettere l’incolumità dei rapiti. Bisogna essere cauti perché l’intelligence si sta muovendo e perché anche a livello politico non verrà lasciato inesplorato nessun contatto».Ministro torniamo all’emergenza terroristica: L’Italia quanto rischia?Rischia, non è un mistero. I gruppi che operano nella fascia sahariana sono collegati al "Gruppo salafita per la predicazione del combattimento" che ha radici nel terrorismo algerino e le cui tracce abbiamo più volte ritrovato in Italia negli ultimi tre anni. Muoviamoci, noi e la Ue, perché i tentacoli sono sull’intera Europa che deve reagire unita senza più perdere tempo.Si parla di immigrazione clandestina e terrorismo, ma anche di immigrazione irregolare. E a Rosarno...Punto uno: non ci può e non ci deve essere nessuna politica nazionale in dissonanza con la politica europea. Non ci può essere un Paese membro della Ue che apre le porte perché le porte aperte sono aperte a danno di tutti gli altri Paesi. Punto due: il lavoro nero. Va colpito. Senza nessuna tolleranza, perché è una vergogna che produce inciviltà ed è un aiuto indiretto all’immigrazione clandestina.Si spieghi.Quello che è successo a Rosarno è la violazione palese dei principi di una direttiva europea che io proposi e che il Parlamento europeo approvò. Diceva sanzioni dure contro gli imprenditori che assumono lavoratori in nero e li sfruttano. Invece di sfruttare migliaia di povere persone, usino gli sgravi fiscali concessi alle imprese agricole che assumono immigrati stagionali. Dopo i fatti di Rosarno si deve voltare pagina: il profitto non può portare alla mortificazione della dignità di migliaia di esseri umani. E allora, lo ripeto, chi assume in nero deve essere punito. Prima di tutto nel portafoglio. Io non accetto più imprenditori agricoli che prendono contributi dall’Europa e schiavizzano chi lavora per loro.Parlare di lavoratori porta a parlare di cittadinanza.Quelle di Rosarno non credo siano persone destinate a integrarsi in Italia. Ma comunque non schivo il problema e dico: sono contrario alla riduzione tout court da dieci a cinque anni del tempo necessario per ottenerla. Quelli che hanno progettato attentati in Italia vivevano nel nostro Paese da tanto tempo: avevano un lavoro regolare, erano persone insospettabili, tutte le mattine erano in ufficio. Eppure complottavano contro il Paese che li aveva accolti. Questa è la vera prova che anche dopo tanti anni c’è chi non riesce a sentirsi italiano.Ma ci sono tanti immigrati per bene...Ripeto sono anch’io contrario a dimezzare, sic et simpliciter, il tempo necessario ad acquisire la nostra cittadinanza.Che dice degli imam?Dico che quando predicano in Italia devono assoggettarsi a dei processi di formazione. Anche nei Paesi arabi capiscono che il pericolo vero è la predicazione estremista; noi non possiamo non valutare questo rischio e non capire che la mancanza totale di controlli non va bene. C’è, però, una soluzione: il versetto del corano si legge in arabo. Ma la predica, il commento, dovrà essere in italiano. Servirebbe a dimostrare che si sta parlando a un islam italiano, a un islam europeo.Egitto e Malesia: continuano le persecuzioni nei confronti i cristiani. Lei, al Cairo, vedrà il presidente Mubarak. Che cosa si aspetta?Ci ha promesso punizioni esemplari e, vedrete, dall’Egitto arriveranno segnali importanti. Ma il problema vero è un altro: l’assenza dell’Europa. Un’Europa timida quando doveva difendere le sue radici cristiane. E timida oggi che dovrebbe gridare, con voce alta e chiara, che la protezione dei cristiani nel mondo è un interesse dell’intera Europa. È poi arrivato il momento di sgombrare il campo da un grande equivoco: battersi per i diritti dei cristiani nel mondo non vuol dire essere confessionali, vuol dire essere coerenti e giusti. Io, che sono e mi sento cristiano, dico a quei governanti europei che si proclamano orgogliosamente laici che devono ricordare che ci sono milioni e milioni di loro concittadini che sono orgogliosamente cristiani.Ad Hammamet andrà davvero sulla tomba di Craxi?Sì, sarà l’occasione per ricordare a dieci anni dalla morte un uomo di Stato italiano che ho stimato e che ritengo sia stato l’autore del primo progetto politico di autentico riformismo.Di Pietro dice...Non vada avanti, la prego. Di Pietro non si è mai preoccupato di fare del male a se stesso e di farlo agli altri. Non intendo parlare di lui.