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REPORTAGE. Filippine, nella tana di Abu Sayyaf

dall'isola di Basilan Gerolamo Fazzini domenica 5 aprile 2009
Basilan è il punto accessibile agli stranie­ri più vicino all’impenetrabile isola di Jo­lo, dove il 15 gennaio sono stati rapiti tre operatori della Croce Rossa, tra cui l’italiano Va­gni. Mentre ci avviciniamo a bordo di uno dei traghetti che fanno la spola con la città di Zam­boanga, a un’ora e mezza di navigazione da qui, Aminda Sãno, laica consacrata, coordinatrice del Movimento per il dialogo islamo-cristiano Silsilah, spiega: «Oggi Zamboanga, Basilan e Jo­lo rappresentano il triangolo dei rapimenti nel­le Filippine. Nella sola Basilan si sono verifica­ti in pochi mesi 38 sequestri di persone: un nuo­vo mercato che garantisce introiti facili e sta pa­ralizzando la vita dell’isola, aumentando espo­nenzialmente la tensione». A Basilan e nella vicina Jolo ha le sue roccafor­ti il gruppo terrorista conosciuto nel mondo co­me Abu Sayyaf. Martedì scorso uno dei tre ra­piti, la filippina Lacaba, è stato liberato, ma ie­ri i terroristi sono tornati a minacciare la deca­pitazione degli altri due se l’esercito filippino non si ritira da alcuni villaggi. Storie di sangue e violenza che sembrerebbero estranee a un pa­norama che evoca sentimenti opposti: foreste tropicali, dolci colline, spiagge bianchissime con barriere coralline, su cui si affacciano case in legno issate su piattaforme, simili a palafitte. Basilan potrebbe far concorrenza a Borocay, la più rinomata località turistica filippina, se non fosse nella morsa di una violenza assurda. A tre ore di navigazione da qui, l’inaccessibile Jolo. I cristiani lì sono appena il 3 per cento del­la popolazione, a larga maggioranza musulma­na. «La comunità locale ha pagato un prezzo al­tissimo per la sua testimonianza: in pochi anni a Jolo sono stati ammazzati un vescovo, Benja­min de Jesus, e due sacerdoti, tutti filippini. Ep­pure, ai funerali del vescovo molti musulmani sono andati in cattedrale per solidarizzare con gli amici cristiani», racconta suor Maripol, che viene ad accoglierci al porto, inconfondibile nel­l’abito blu e bianco delle Oblate di Notre Dame. Essere cristiani a queste latitudini significa e­sporsi ad alti rischi. Padre Sebastiano D’Ambra, siciliano, missionario del Pime nelle Filippine da oltre 30 anni e promotore del Silsilah, conferma: «A Jolo il Silsilah di recente ha collocato, nel cen­tro della città, un piccolo monumento chiama­to Harmony Post con un messaggio di pace in inglese e in arabo. Per una singolare coinciden­za, i tre della Croce Rossa sono stati rapiti vici­no all’Harmony Post e io ero lì il giorno prima per l’inaugurazione del monumento. Come si fa a non scoraggiarsi davanti a fatti del genere? Ma io ripeto a me stesso e agli altri: non pos­siamo arrenderci ora». Anche il vescovo della piccola prelatura di Ba­silan, monsignor Martin S. Jumoad, è uno che non molla. Qualche mese fa autorevoli espo­nenti dell’ala più oltranzista della galassia mu­sulmana gli hanno recapitato una lettera con cui chiedevano, a lui e ai cristiani dell’isola, di versare la jizya, la tassa che storicamente veniva imposta ai cristiani sottomessi all’i­slam. Il presule, per tutta ri­sposta, ha fatto una lettera a­perta. E il gruppo Silsilah, che raduna credenti di entrambe le religioni, è intervenuto pubblicamente in difesa del vescovo spiegando perché si trattasse di una richiesta fuo­ri luogo. Risultato: della tassa islamica nessuno più parla. Un altro aneddoto emblema­tico. Proprio di fronte all’isola di Basilan, pres­so Zamboanga, è attivo l’Euntes, un centro di formazione condotto dal Pime per preti, suore e laici provenienti da tutta l’Asia. Il rettore, pa­dre Giulio Mariani, racconta che durante i cor­si estivi è prevista una 'visita guidata' a Basilan. Ma, trattandosi di un gruppetto di 15-20 sacer­doti e religiose, si muove scor­tato dai militari; a guidarli è lo spagnolo padre Angel Calvo, ul­timo straniero ad aver lasciato l’isola. Appartiene ai clarettiani, una famiglia missionaria pre­sente a Basilan dal 1950 che ha pagato un alto prezzo per la sua testimonianza di fede. Nella qualificata high school dei cla­rettiani hanno studiato molti fi­gli di musulmani, compreso (i­ronia della sorte) quell’Adbu­rajak Janajalani che sarebbe poi diventato il capo di Abu Sayyaf. Nel 1993 uno di loro, padre Bernardo Blanco, fu tra le prime vit­time di rapimento, ma riuscì a scappare. Nel 2000 un commando di Abu Sayyaf rapì 52 tra studenti e insegnanti; la maggioranza venne ri­lasciata dopo 4 mesi, mentre sei ostaggi, fra cui padre Rhoel Gallardo, anch’egli clarettiano, ven­nero uccisi. Fino a pochi anni fa l’isola di Basilan aveva lo stesso nome della cittadina principale. Su pres­sione musulmana ha lasciato quel nome, trop­po legato al ricordo della dominazione spagnola e cattolica, per adottare il nuovo. La città di Isa­bela, però, non fa parte della regione autono­ma musulmana del Mindanao (Armm) perché cristiani e musulmani qui si dividono sostan­zialmente in parti uguali; ma c’è chi vorrebbe forzare l’inclusione della città nel territorio che il Milf rivendica come ancestral domain (terri­torio degli antenati). E c’è da scommettere che, se si va avanti di questo passo, i cristiani conti­nueranno a lasciare l’isola. A Basilan la tensione è più che palpabile. Il 15 settembre sono state rapite due donne di origi­ne spagnola, responsabili di altrettante Ong at­tive nella zona, entrambe liberate dopo alcune settimane. Ma negli ultimi tempi, aggiunge suor Maripol, «ho sentito di sequestri di insegnanti e persino di ragazzi, per di più fatte da giovani ai quali i 'professionisti' delegano il lavoro spor­co per timore di finire nelle maglie dei control­li di polizia». Padre Philemon Libot, che ci ac­compagna col suo fuoristrada per le poche cen­tinaia di metri che separano il porto dalla resi­denza del vescovo, è finito anch’egli, lo scorso ottobre, vittima di un agguato, pur avendo sei uomini di scorta. Uno di essi ha risposto con le armi alle minacce ed è stato colpito. E così for­tunamente i malviventi si sono dileguati. La residenza di bishop Martin è un modesto ap­partamento in un isolato recintato che com­prende piccole strutture ecclesiali. Fuori, una pattuglia di militari vigilia su chi entra ed esce. All’ingresso una jeep semidistrutta è issata su un basamento, a mo’ di triste memento: un mo­numento che ricorda il sacrificio 5 catechisti della parrocchia di St Vincent Ferrer, uccisi in un agguato nel 1999. «Questo non è un conflitto religioso, ma una lotta per il potere – dice una religiosa –. Qui e in Jolo poche famiglie musul­mane si contendono l’egemonia. Di volta in vol­ta l’esponente di una occupa il posto di sinda­co e l’altra di governatore, la volta dopo si cam­biano i posti, ma gli attori sono gli stessi. Lo stes­so vale per Abu Sayyaf: è una guerra di potere e di soldi. La religione non c’entra». Ma come si fa a vivere nel pieno di un conflitto tra le due comunità? «Cerchiamo di essere fe­deli, al Vangelo e alla gente – è la risposta –. Noi siamo qui per testimoniare una volontà di pa­ce che non si arrende di fronte alla violenza. U­na sete di pace che, a dispetto delle apparenze, è nel cuore di tutto la gente comune, tanto dei cristiani quanto dei fratelli musulmani».