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Rio de Janeiro. La cuoca anti-spreco conquista le favelas

Lucia Capuzzi giovedì 19 gennaio 2017

Regina Tchelly domina il panorama di Rio de Janeiro

«Con un broccolo posso preparare cinque diversi piatti. E il resto diventa compost…». L’hanno ribattezzata la «cuoca anti-spreco». Regina Tchelly preferisce, però, definirsi una cuoca «rispettosa». “Del cibo e delle persone”, dice la 35enne brasiliana, venuta di recente in Italia come finalista del premio “Donna dell’anno” del Consiglio regionale della Valle d’Aosta.

«Meno alimenti nel cesto dell’immondizia vuol dire più alimenti a disposizione delle famiglie. Soprattutto di quelle più povere, che fanno i salti mortali per mettere qualcosa in tavola». Per loro, Regina ha lanciato il progetto “Favela organica” nelle baraccopoli di Babilônia e Chapéu Mangueira. Enclavi emarginate incastonate nell’esclusiva zona sud di Rio de Janeiro. Eppure là è nato un progetto ormai esteso in dieci regioni del Gigante latinoamericano, oltre a Francia, Italia e Uruguay. «Ho cominciato nel 2011, con l’equivalente di 40 euro, nella cucina di casa. Dieci anni prima mi ero trasferita a Rio dal Brasile rurale, lo Stato di Paraiba. Là, la gente ha un rapporto più forte per la natura, considera un’offesa sprecare. In città, facevo la domestica e i datori di lavoro spesso mi regalavano gli avanzi. Mi ero allenata a ricavarci cenette prelibate. Volevo mettere la mia abilità a disposizione delle persone della favela».

E così ha fatto. Regina, che ha appena aperto una propria sede, accoglie le donne di Babilônia e Chapéu Mangueira per cucinare insieme. «Così insegno loro come sfruttare al massimo i cibi. A volte improvvisiamo le ricette al momento». Il risultato è stupefacente. «Alcune pietanze sembrano a base di carne o pesce e, invece, ci sono rimasugli di frutta e verdura. Con la buccia di banana, ad esempio, faccio il soufflé. Preparo la zucca come fossero dei gamberi…».

La fama di Favela Organica è cresciuta: ormai vengono da tutte le zone di Rio per comprare i suoi piatti. E Regina ha potuto dare impiego a undici donne, di famiglie emarginate. “Ora che abbiamo aperto il ristorante speriamo di poter assumere più persone. E soprattutto di diffondere il metodo anche nei Paesi ricchi dove gli sprechi alimentari sono drammatici”.