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La guerra dimenticata. Etiopia, i vescovi: fermatevi. «Arrivino gli aiuti in Tigrai»

Paolo Lambruschi domenica 25 luglio 2021

La disperazione dei parenti delle vittima di un bombardamento sul mercato di Togoga, a ovest della città di Mekele

Pace e riconciliazione subito, dopo 260 giorni di guerra cruenta. Le chiedono i vescovi cattolici, rafforzati dalla preghiera del papa all’Angelus dello scorso 12 giugno per la martoriata regione etiope. Riuniti in assemblea dal 13 al 16 luglio i presuli d’Etiopia (assente giustificato il vescovo di Adigrat Tesfaselassie Medina) hanno diramato un documento in cui dichiarano di «vedere un Paese dove tutti gli etiopi si abbracciano come fratelli e sorelle» e chiedono urgentemente alle parti coinvolte nella guerra di «smettere di distruggere vite e proprietà».

I vescovi chiedono infine di «consentire l’accesso agli aiuti umanitari che nel Tigrai assediato e oscurato entrano a fatica». Ocha, l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite, conferma che almeno il 75% delle persone che hanno bisogno di assistenza, cioè 4 milioni, sono in zone dove ora le operazioni umanitarie possono avere luogo. Due mesi fa la percentuale che poteva essere aiutata era del 30%. Nonostante il miglioramento, le scorte si stanno assottigliando. Per impedire il deterioramento della situazione umanitaria l’Onu continua a chiedere ad Addis Abeba di rimettere in funzione i servizi di base, l’elettricità, le comunicazioni e i voli commerciali riattivando anche il sistema bancario.

Una rara testimonianza sulla drammatica situazione a Macallè isolata da fine giugno dopo il blackout seguito alla ritirata delle truppe federali arriva da Kindeya Gebrehiwot, presidente emerito dell’università del capoluogo. «A causa del blocco degli accessi – afferma il docente – e la distruzione dell’industria farmaceutica mancano tutte le cure mediche di base. Il saccheggio del cibo da parte degli eritrei ha fatto salire alle stelle il prezzo dei pochi alimenti rimasti. Inoltre la mancanza di energia elettrica ha lasciato al buio buona parte della regione».

Secondo il docente è migliorata invece la sicurezza dei civili con il ritiro delle truppe eritree, ma gli sfollati interni restano nei centri di accoglienza e hanno bisogno di ogni tipo di assistenza. La guerra si è intanto spostata nella vicina regione Afar attaccata dalle forze di difesa tigrine per controllare i collegamenti stradali e ferroviari da Addis Abeba per il porto di Gibuti che passano dall’ex Dancalia.

Il richiamo alla fratellanza dei vescovi giunge mentre il conflitto ha preso una pericolosissima piega etnica. Come confermato ad Avvenire anche da una italiana di origine tigrina, l’esercito federale avrebbe rinchiuso in campi di prigionia migliaia di militari colpevoli solo di essere nati nella regione nord occidentale. Emblematica la storia del fratello della donna, 32enne arruolatosi 12 anni fa e con uno stato di servizio impeccabile tanto da venire impegnato come casco blu in Darfur. A fine gennaio, al suo ritorno dalla missione internazionale, è stato arrestato e internato in Oromia. Da allora la famiglia non ha più sue notizie. Si sta interessando la Croce Rossa di casi come questo, spia del dramma del secondo Paese africano.