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A DUE ANNI DA TAHRIR. Egitto, sangue sulla rivoluzione incompiuta

Federica Zoja sabato 26 gennaio 2013
Sono passati due anni eppure il tempo sembra essersi fermato, al Cairo. Gli stessi slogan («Il popolo vuole la caduta del regime»), la stessa rabbia nei confronti del tiranno – almeno otto morti, tutti a Suez, e 252 i feriti in tutto l’Egitto – gli stessi volti di quel 25 gennaio 2011 in cui iniziò la rivolta contro la trentennale presidenza di Hosni Mubarak. Ora, nei posti di potere ci sono i falchi della Fratellanza musulmana, puntellati dai movimenti salafiti, ma per la gente comune è rimasto ancora tutto come prima. D’altronde, impegnato a diventare il nuovo faraone egiziano, il presidente Mohammed Morsi ha speso i primi sei mesi del proprio mandato a eliminare i concorrenti politici – militari, liberali, riformisti, copti e persino colombe della Fratellanza a lui avverse – e ad assicurare al partito islamista Hurrìa ua adala (Libertà e giustizia), il controllo sull’Egitto nei decenni a venire. Con tanto di benedizione americana, dopo l’exploit diplomatico di Morsi nell’intermediazione fra Tel Aviv e Gaza. E mentre una commissione costituente svuotata di autorevolezza si affrettava ad approvare una Carta liberticida, il contesto economico peggiorava di giorno in giorno. Un dato su tutti: l’industria del turismo, settore in grado di attrarre, a fine 2010, oltre 15 milioni di persone all’anno, continua a perdere ogni settimana 270 milioni di dollari. È quanto risulta da un rapporto del ministero del Turismo egiziano diffuso a metà dello scorso mese di dicembre. La povertà interessa ormai più del 40% della popolazione (complessivamente 90 milioni di persone), la disoccupazione si attesta al 12% (il 25% quella giovanile), l’inflazione al 13% e le riserve di valuta straniera si sono più che dimezzate (da 35 miliardi di dollari del 2011 agli attuali 15). Gli ingredienti di una nuova rivoluzione del pane, come quella tunisina che innescò il fenomeno su scala regionale, ci sono tutti: miseria, mancanza di prospettive, diritti calpestati. Se, poi, il governo di Hisham Qandil tagliasse i sussidi statali su alimenti di base e carburanti, come sta avvenendo in Giordania per ripianare il debito pubblico, allora davvero tutto potrebbe accadere. Il furore popolare esploso ieri ne è un assaggio: migliaia di manifestanti hanno assaltato i binari ferroviari nel governatorato di Beni Suef, di Suez, di Port Said e Alessandria. A Ismailiya, prima è stato dato alle fiamme l’ufficio di Libertà e giustizia, poi il palazzo del governatore. Anche la sede cairota del partito Libertà e giustizia, in cui si realizza il sito web, è stata attaccata da manifestanti anti-governativi. Ad Alessandria, almeno 45 persone sono rimaste ferite nell’assalto al palazzo del governatorato. Circondati e presi d’assalto pure gli uffici del governatorato di Damietta e Kafr el-Sheikh. Ad Alessandria la polizia ha fatto uso di lacrimogeni e armi da fuoco contro i civili, radunatisi in vari punti del capoluogo costiero. L’episodio più grave in serata a Suez, dove si sono registrati otto morti, di cui due poliziotti.Quanto ai cittadini che al Cairo hanno bloccato per ore il traffico intorno al palazzo della tv pubblica, anche sede del ministero dell’Informazione, il quadro non è chiaro: a un primo corteo anti-Morsi se ne è aggiunto un secondo filo-islamico, nonostante la decisione della Fratellanza musulmana di non manifestare per evitare di accrescere le tensioni. Nella capitale, le forze di sicurezza hanno blindato tutti i luoghi "sensibili" verso i quali i cortei si sono diretti: il palazzo presidenziale, il Parlamento, le sedi del governo, del ministero degli Interni, della tv di Stato. Due ponti sul Nilo e svariate fermate della metropolitana sono state bloccate dagli attivisti. A piazza Tahrir, occupata da migliaia di persone, dopo il calare del sole agenti anti-molestie hanno evacuato le manifestanti donne quando i presenti hanno denunciato aggressioni sessuali. Il portavoce delle Forze armate ha spiegato che l’esercito è stato dispiegato per garantire la sicurezza pubblica, non per attaccare i manifestanti. Giovedì scorso, in occasione della festa religiosa per il compleanno del profeta Maometto, Morsi aveva lanciato un appello a celebrare «in modo civile, pacifico e salvaguardando la nazione, le istituzioni e le vite umane» il secondo anniversario della rivoluzione. Ma evidentemente, per centinaia di migliaia di egiziani, la rivoluzione non è mai finita.