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STATI UNITI. Effetto Detroit e shutdown: l'America che rischia di più

Elena Molinari mercoledì 9 ottobre 2013
A otto giorni dall’inizio della serrata governativa e a nove da un possibile default dagli effetti catastrofici, cresce negli Usa il nervosismo sugli effetti economici della paralisi politica. Ma i timori delle famiglie, degli imprenditori e dei mercati finanziari non sembrano aver spianato la strada ad un accordo fra democratici e repubblicani. Fermi al muro contro muro.«Basta minaccia da parte del Congresso», ha intimato ieri Barack Obama, dopo un nuovo fallimentare incontro con lo speaker repubblicano John Boehner. Il presidente Usa ha anche sottolineato che gli effetti dello shutdown sono già dolorosamente quantificabili. Ha lasciato quasi un milione di statali senza stipendio, congelato decine di migliaia di assunzioni, bloccato il pagamento di assegni e rallentato la concessione di prestiti e mutui. Il capo della Casa Bianca ha anche richiamato con urgenza i repubblicani ad innalzare il tetto del debito per non rischiare effetti catastrofici per il Paese. Fra le vittime più a rischio ci sono le città già duramente colpite dalla recessione, che non possono permettersi la chiusura dei rubinetti dei contributi federali nemmeno per un giorno. E nessuna tanto come Detroit, una città allo stremo – senza lampioni, con le ambulanze rotte e interi quartieri abbandonati dopo la fuga di metà della popolazione metropolitana; costretta a dichiarare fallimento sotto il peso di 18 miliardi di dollari di debiti: la più grande bancarotta di un’amministrazione pubblica nella storia Usa. Eppure l’ex capitale industriale Usa non è un caso isolato. Philadelphia ha preso in prestito 50 milioni di dollari in più per poter aprire le scuole almeno quattro giorni alla settimana. E Chicago è in arretrato sulle pensioni municipali.Intanto le finanze metropolitane di almeno una dozzina di centri come Menasha, in Wisconsin, Oakland, in California e Harrisburg in Pennsylvania, sono a rischio di saltare. Tutte vanno avanti solo grazie a drastici tagli ai servizi che hanno imposto riduzioni degli stipendi comunali e varie tornate di licenziamenti di poliziotti, insegnanti, vigili del fuoco e netturbini. L’uscita dal tunnel non è dietro l’angolo, e la chiusura degli uffici federali complica ulteriormente la loro situazione. Stando alla conferenza dei sindaci americani, infatti, un terzo delle aree urbane degli Usa registra una disoccupazione superiore al 10% e più della metà non recupererà i lavori persi fino a dopo il 2015. «Ci sono una sessantina di città in questa situazione – spiega Alan Mallach, esperto di amministrazioni pubbliche del think tank Bookings Institutions – soprattutto ex città industriali, svuotatesi di popolazione del ceto medio, che paga più tasse, e rimaste con la popolazione povera, anziana, bisognosa». Nel cercare le cause del declino bisogna fare un passo indietro e partire dalla crisi dell’industria manifatturiera americana. L’esportazione di migliaia di lavori verso l’Asia e la chiusura di fabbriche siderurgiche e automobilistiche hanno trasformato la prosperosa “factory belt” – la fascia che attraversa gli Stati Uniti da New York a Chicago – nella “rust belt”, la cintura arrugginita. Il tracollo del sistema finanziario del 2008 ha dato il colpo finale a comuni che già faticavano a mantenere in vita servizi costruiti per una base fiscale più ampia, e per confini troppo estesi. La maggior parte dei centri industriali si è infatti espansa a dismisura negli anni Cinquanta e Sessanta, formando un reticolo di quartieri oggi poco popolati dove bisogna ancora fornire illuminazione, raccolta della spazzatura, scuole e una presenza di polizia. Quando ci si riesce. Camden, in New Jersey, nota per il suo alto livello di criminalità e la povertà vicina al 50%, ha ridotto di metà il numero dei suoi poliziotti e di un terzo i suoi pompieri. Oakland, in California, oggi ha 700 agenti di polizia per 400mila abitanti. Dal 2008, inoltre, circa 31 Stati hanno dovuto cancellare molti programmi per i poveri, gli anziani e i disabili, trasferendo nuovi fardelli sulle municipalità. Quando l’Arizona ha eliminato i fondi che tenevano aperti 4328 asili statali, molte famiglie con bambini piccoli hanno perso l’impiego, gonfiando le fila dei poveri che dipendono dai centri di sostegno comunali. In Carolina del Sud, la riduzione di un quarto dei finanziamenti statali per il disagio giovanile è risultata nella chiusura di 32 case accoglienza per minori senza famiglia. La criminalità si è impennata. Il Colorado negli ultimi cinque anni ha eliminato 650 posti all’anno nelle residenze per i malati mentali, facendo moltiplicare il carico di lavoro degli ospedali delle città. Negli anni del boom, inoltre, molte città d’America hanno fatto promesse che oggi non possono mantenere. Gli obblighi di pensioni e sanità assunti dalle 61 metropoli statunitensi superano i 217 miliardi di dollari, di cui i comuni interessati possiedono solo dal 36 al 75%, stando al Pew Charitable Trust. Dall’inizio della recessione sei città hanno dichiarato bancarotta. Ma molte di più hanno iniziato negoziati pre-fallimento e in dozzine di casi hanno ottenuto dai tribunali il diritto di dimezzare o più le pensioni. Dei 18 miliardi di debito di Detroit, 3,5 sono dovuti ai pensionati. «È preoccupante – dice Harold Schaitberger, presidente del sindacato dei vigili del fuoco a Washington – che una città possa cancellare così i suoi doveri nei confronti di migliaia di lavoratori». Stockton, la città californiana fallita tre anni fa, lo ha già fatto: ha privato dell’assicurazione sanitaria i pensionati e gli impiegati comunali e, così facendo, ha cominciato a risollevarsi. Nell’America dello shutdown, è questa l’unica strada verso il risanamento?