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IL RISCATTO. Credito e cooperative: l’Ecuador decolla

Lucia Capuzzi domenica 7 ottobre 2012
Occhi neri, piedi scalzi, voci di bambini. E grappoli di capan­ne dal tetto di paglia e pavi­mento di fango. In cui si entrava piegati e si doveva restarci per evitare di farsi ferire gli occhi dal fumo del fuoco, pe­rennemente acceso. Lì si faceva eva­porare l’acqua per catturarne il sale. Proprietà – come terra e uomini – dei padroni della valle: i Cordobez. Così e­ra Salinas di Guaranda appena qua­rant’anni fa: la comunità più povera della regione – il Bolívar – più misera dell’Ecuador. La grande foto in bianco e nero, appe­sa all’entrata della foresteria El Refu­gio, lo mostra con visiva concisione. E le parole di Bepi Tonello aggiungono i dettagli mancanti. «Tutto questo non c’era quando sono arrivato, nel luglio del 1971», racconta l’italiano – origina­rio di Caerano San Marco, vicino a Tre­viso – mentre indica il centro del vil­laggio: la casa comunale, l’ufficio per il turismo sostenibile, il campo da cal­cetto, le abitazioni in muratura che hanno sostituito le baracche. «E so­prattutto non c’era quella costruzione laggiù…». L’“edificio numero uno” è un fabbricato verde a due piani su cui spic­ca la scritta “Coacsal”, acronimo di Coo­perativa di risparmio e credito. Non è un caso che sia il primo civico. Intorno allo stabile è nata la “nuova Salinas”. Che non è solo una comunità di tre­mila indios di etnia quechua sospesa a 3.650 metri tra le gole semiaride delle Ande. Salinas è la dimostrazione che è possibile conciliare sviluppo e solida­rietà, crescita e giustizia sociale, effi­cienza e rispetto dell’essere umano. In una parola, è la fabbrica di un sogno che pian piano si avvera. «Quello del vescovo di Guaranda, mon­signor Candido Rada. Fu lui a intuire che dare credito agevolato ai poveri po­teva essere l’arma per emanciparli dal­lo sfruttamento», dice don Bepi, come lo chiama la gente di Salinas che, di continuo, lo ferma per salutarlo. Tor­nato entusiasta dal Concilio Vaticano II, nel 1970 monsignor Rada creò – grazie all’equivalente di duemila dollari, do­no dei confratelli salesiani per i 25 an­ni di ordinazione – il Fondo ecuado­riano Populorum Progressio (Fepp). E chiamò ad aiutarlo due giovani sale­siani italiani, il laico Tonello e il sacer­dote Antonio Polo. «Furono loro a spie­garci che unendo i pochi risparmi di tutti avremmo potuto creare qualcosa di nostro – spiega Carmita Vasconez, 58 anni. – Mio fratello Germán, allora ventenne, convocò parenti e amici e disse: “Diamo l’esempio”. Io sono sta­ta la socia numero 12 della cassa di cre­dito, fondata il 15 novembre 1972». Ora gli associati sono quattromila. «L’anno scorso abbiamo erogato 3,8 milioni di dol­lari di crediti a contadini e cooperative in maggioranza perché met­tessero su una piccola impre­sa. E da gen­naio sono già 3,5 milioni – sottolinea il responsabile di Coacsal, Hugo Taolombo – il tutto a tassi inferiori rispetto a quelli ordinari e soprattutto senza garanzie». A parte quella della parola data. «L’unico ave­re che i poveri non possono permet­tersi di perdere», secondo il motto di Tonello. Che finora ha avuto ragione: il tasso di morosità è appena tra il 2 e il 3 per cento. La “rivoluzione della spe­ranza”, da Salinas, sta contagiando il resto del Paese-cintura tra Nord e Sud del mondo. Con l’aiuto del Fepp – e, dopo il 1998, della sua derivazione Co­desarollo – le banche di villaggio han­no popolato quest’angolo di Equatore, dalla costa pacifica all’Amazzonia. So­no ben 360 i “terminali” del sistema Co­desarollo. Fondamentale per l’espan­sione di que­ste, il contribu­to italiano: dal 2002, oltre 200 Banche del credito coope­rativo (Bcc) hanno presta­to loro – a tassi più che agevo­lati – 40 milioni di dollari. Tutti pun­tualmente restituiti. Segno che il mo­dello funziona. «Proprio come hanno funzionato, nel Veneto del dopoguer­ra, le casse comuni o “peota”, antesi­gnane delle cooperative di credito», ag­giunge Vittorio Sarfatti, 73 anni, socio della Bcc trevigiano. In Ecuador, l’iniezione di liquidità ha fi­nanziato una miriade di cooperative di produzione che fanno di tutto, dal for­maggio al cioccolato. Oasi di lavoro re­golare per oltre 150mila famiglie. Un record in una nazione dove – nono­stante il calo degli ultimi anni – disoc­cupazione e sotto-occupazione in­chiodano nella miseria i tre quarti del­la popolazione. A Salinas, invece, c’è il pieno impiego e un brulicare di atti­vità. Sono lontani i tempi in cui la vita degli abitanti dipendeva dalle saline di montagna. E dai capricci dei suoi “si­gnori”. Circondata da maglioni, sciar­pe e gomitoli di pura alpaca, Livia Sa­lazar ricorda bene quando – nel pieno degli anni Settanta – i Cordobez fru­stavano sulla pubblica piazza chi non pagava il tributo: la metà del sale otte­nuto. E sceglievano come schiave ses­suali le adolescenti più carine. Tra loro, sua zia Adela. Quando, a 15 anni, restò incinta dopo le violenze, la ragazzina fu scacciata dalla casa pa­dronale, in cui l’avevano costretta a la­vorare come cameriera. «Dovette chie­dere in ginocchio a chi l’aveva sevizia­ta di poter tornare alle saline», raccon­ta. Se lei ha avuto un destino diverso è stato grazie a Textiles, il lanificio crea­to da sua madre Rosa e una decina di donne nel 1976, col sostegno della cas­sa rurale. «Ora siamo in 292, molte la­vorano a domicilio, nelle sperdute co­munità a oltre quattromila metri, così possono badare ai figli. Da quando hanno un impiego la loro autostima è cresciuta. E anche il rispetto dei mari­ti », dice con una punta di orgoglio. È un altro degli effetti collaterali del cir­colo virtuoso innescato a Salinas. «Al­la base del credito c’è il risparmio. Che significa educazione al futuro», dice To­nello. Ciò che mancava quando, per la prima volta, percorse la strada che da Guaranda porta a Salinas. Quella co­struita nel secondo dopoguerra – di­cono storici locali – da gerarchi nazisti rifugiati sotto falso nome in Ecuador. E­rano abilissimi nello sfruttare la ma­nodopera indigena, reclutata a forza e legata col fil di ferro. «È la metafora del passato di Salinas. La povertà ti inca­tena al presente. Monsignor Rada ci di­ceva: 'La chiave per liberarli è tra­smettere la speranza. Il futuro esiste. E tutti siamo chiamati a costruirlo'. Qui a Salinas e nel resto dell’Ecuador stia­mo imparando la lezione. Magari a voi dell’altra metà del mondo, a Nord del­l’Equatore, farebbe bene un ripasso».