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La crisi. Ecuador, i narcos segnano il territorio: ucciso il pm che indagava su di loro

Lucia Capuzzi giovedì 18 gennaio 2024

Il luogo dell'omicidio del procuratore César Suárez

Ogni giorno, tra il 9 e il 17 febbraio, le autorità ecuadoriane hanno arrestato 282 persone, per un totale di 1.975 nuovi detenuti. Oltre 700 armi da fuoco sono state sequestrate insieme a 21mila munizioni e 521 esplosivi. Le 24 prigioni del Paese sono state riportate sotto controllo. Il governo di Daniel Noboa aveva appena diffuso con una certa enfasi i risultati della prima settimana di “offensiva contro il narcotraffico” quando, una manciata di ore dopo, è arrivata la notizia dell’assassinio del procuratore César Suárez, colpito da una raffica di proiettili per le strade di Guayaquil mentre si recava a un’udienza. Senza scorta, come aveva denunciato lo stesso magistrato il giorno prima. Dettaglio quest’ultimo non secondario: Suárez era una delle figure più note a livello nazionale per le inchieste anti-corruzione. Le sue indagini avevano portato alla luce il giro di mazzette su medicine e attrezzature sanitarie durante la pandemia. Poi aveva scoperchiato il vaso di Pandora delle tangenti versate dai narcos per influenzare il sistema giudiziario. Qualche giorno prima di essere ucciso, aveva terminato l’interrogatorio dei tredici giovani responsabili dell’attacco all’emittente Tc il 9 gennaio. Per il suo lavoro aveva ricevuto ripetute minacce. Non era, però, sotto custodia.
Un paradosso in un contesto di militarizzazione della lotta alla criminalità organizzata. Il presidente ha dispiegato l’esercito, imposto il coprifuoco per due mesi e dichiarato il «conflitto armato interno» e definite «terroriste» le 22 principali gang attive sul territorio. Queste ultime, però, continuano ad operare, come l’omicidio di Suárez dimostra. La procuratrice generale, Diana Salazar – anche lei nel mirino delle mafie – ha promesso che i magistrati raddoppieranno gli sforzi contro il crimine e che perseguiranno i colpevoli del delitto del collega. Il primo sospettato è ovviamente il gruppo responsabile dell’attacco in diretta tv a Tc, ovvero i Tiguerones, alleati di Los Choneros e braccio armato del cartello di Sinaloa. Come gli studi degli analisti sostengono, c’è l’ombra delle mafie messicane dietro l’attuale esplosione di violenza che insanguina l’Ecuador. Sinaloa, appunto che contende ai rivali di Jalisco nueva generación il controllo del porto di Guayaquil, snodo cruciale per l’esportazione della coca – prodotta nei vicini Colombia e Perù – verso gli Usa e l’Europa. Nel 2021, l’ultimo anno per cui l’Onu ha diffuso i dati, un terzo della cocaina prodotta in Colombia, è stata sequestrata in Ecuador, il 62 per cento in più rispetto al 2016. Il 33 per cento della droga sequestrata negli scali europei proveniva proprio da Guayaquil. Nello stesso periodo, il tasso di assassinii si è moltiplicato dell’800 per cento. L’escalation, drammaticamente rapida, è, però, “solo” la punta dell’iceberg del problema. Il reclutamento delle gang locali da parte delle mafie messicane – è proceduto di pari passo con la “cattura” di pezzi di istituzioni in modo da garantirsi mano libera. Su come questo sia potuto accadere il dibattito è aperto. Di certo, l’apparato statale è fragile. L’ex presidente, il progressista Rafael Correa, durante i dieci anni di governo, tra il 2007 e il 2017, aveva realizzato un processo di “pacificazione” con le gang che sono state ufficialmente riconosciute. Agli esponenti – i “pandilleros” –, veniva offerto formazione per trovare impiego. Il piano è stato seguito da una rapida riduzione degli omicidi. I successori, i conservatori Lenín Moreno e Guillermo Lasso, però, l’hanno bruscamente interrotto nell’ambito del taglio alla spesa sociale. Non è stata, però, solo una questione di budget. Correa è stato accusato di avere «consegnato» l’Ecuador alle bande.
Affermazioni ribadite anche dall’attuale opposizione. L’ex presidente si è difeso sostenendo che le gang di 15 anni fa erano molto diverse da quelle attuali. In ogni caso, destra e sinistra, ora, sono concordi nel sostenere l’attuale approccio bellico contro i narcos. A dubitare della sua efficacia sono, invece, gli esperti dati i fallimenti delle esperienze analoghe, a cominciare dallo stesso Messico.