Mondo

Il fatto. Sahel, il dramma degli sfollati

Matteo Fraschini Koffi domenica 23 novembre 2014
La lotta contro la fame e la denutrizione viene ostacolata dalla “priorità del mercato”, e dalla “preminenza del guadagno”, che hanno ridotto gli alimenti a una merce qualsiasi, soggetta a speculazione, anche finanziaria.
 
Papa Francesco, 20 novembre alla Fao
 
A un problema drammatico l’Onu ha trovato una soluzione altrettanto drammatica. Dalla scorsa settimana, infatti, ad oltre 500mila rifugiati presenti in Kenya è stata ridotta del 50 per cento la quantità di cibo distribuita dal Programma alimentare mondiale (Pam). I finanziamenti raccolti fino ad ora sono risultati purtroppo insufficienti.   «Tagliare le razioni è l’ultima risorsa », ha dichiarato Paul Turnbull, vice- direttore del Pam per il Kenya. «Lo facciamo per gestire al meglio le riserve di cibo che abbiamo per le prossime 10 settimane. Intanto continueremo ad appellarci alla comunità internazionale affinché possa sostenerci con 38 milioni di dollari – ha continuato Turnbull –, il Pam ha fatto tutto il possibile per evitare questa mancanza di fondi». I campi di rifugiati di Dadaab e Kakuma, nel nord-est e nord-ovest del Paese rispettivamente, ospitano soprattutto somali e sudsudanesi. Centinaia di migliaia di civili, vittime di conflitti e carestie. Ma non solo. Da quando infatti i riflettori del mondo sono stati puntati sulle guerre in Iraq e Siria, dove i militanti islamici dell’Is stanno consolidando il loro Califfato, l’attenzione per il Sahel e il Corno d’Africa si è radicalmente ridotta. Anche le misure adottate contro l’epidemia di ebola stanno contribuendo a togliere i mezzi necessari prima destinati a Paesi come Mali, Ciad e Somalia, tre regioni dove il radicalismo islamico si sta espandendo a macchia d’olio. «Abbiamo fatto appello per 1,9 miliardi di dollari da utilizzare nel Sahel durante il 2014 – recita una nota dell’Onu –, ma è stato consegnato solo 1,1 miliardi». 
 
Nella regione sono oltre 6,4 milioni i bambini altamente malnutriti. Una delle situazioni peggiori si trova ora nel poverissimo e pericoloso nord della Nigeria. «Abbiamo ricevuto 12,3 milioni di dollari per la Nigeria – ha precisato recentemente Robert Piper, coordinatore delle operazioni Onu nel Sahel –, appena il 13% della cifra richiesta». Da quando i qaedisti di Boko Haram hanno lanciato la loro ribellione nel nord-est del territorio nigeriano, il livello di sicurezza è precipitato. Secondo le ultime stime, circa 1,5 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni. E nelle ultime settimane, più di 100mila civili sono scappati negli Stati limitrofi di Camerun e Niger. I jihadisti di al-Shabaab, in Somalia, utilizzano la crisi per reclutare combattenti tra i 920mila sfollati all’interno del territorio somalo e i 720mila rifugiati.
 
Una simile tattica è usata da vari gruppi di terroristi islamici anche nel nord del Mali. E se la situazione per i profughi maliani è relativamente migliorata, ci sono ancora «65mila sfollati e circa 143mila rifugiati in Niger, Burkina Faso e Mauritania», sostengono i dati dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur).
 
In Sud Sudan, dove la guerra civile è ricominciata lo scorso dicembre, sono invece almeno 125mila gli sfollati, tra 50 e 100mila i morti, e oltre 45 mila i rifugiati. Inoltre, nella capitale etiope Addis Abeba, i negoziati tra governo e ribelli sono da mesi in completo stallo, mentre sul terreno gli scontri continuano. Diverse zone sono infatti inaccessibili agli operatori umanitari. «È incredibile che in una delle missioni di pace Onu più grandi al mondo afferma Casie Copeland, ricercatrice dell’International crisis group nel Paese –, decine di migliaia di persone possono morire e non si è capaci di verificare tali numeri». In un altro conflitto civile scoppiato recentemente, a inizio 2013 in Repubblica Centrafricana, si registrano 400mila sfollati e oltre 230mila rifugiati. Pure in questo teatro di guerra il ripristino della sicurezza sembra lontano dall’avverarsi. 
 
Dieci anni di combattimenti in Darfur, la regione occidentale del Sudan, hanno invece contribuito a gran parte degli 1,2 milioni di sfollati e più di 740 rifugiati sudanesi fuggiti in Sud Sudan, Etiopia e Ciad. Mentre gravi problemi sussistono anche poco sotto il Sahel, nel nord della Repubblica democratica del Congo. È qui che si trovano 1,95milioni di profughi e circa 286mila rifugiati, vittime dei massacri di diversi gruppi ribelli in lotta per gli importanti giacimenti minerari: solo ieri almeno 50 persone sarebbero morte in un attacco dei ribelli ugandesi dell’Adf a Beni, nella regione orientale del Kivu.