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8 MARZO DIFFICILE. Dove essere donne è conquista

martedì 8 marzo 2011
Oggi, 8 marzo, è la Giornata della donna. Fuor di retorica, vogliamo celebrarla portando alla ribalta donne che spendono la loro vita per la conquista e la tutela dei diritti: i loro e quelli di tutti coloro che li vedono calpestati o minacciati, dai bambini alle minoranze etniche.Tra i tanti eventi che hanno preparato la giornata odierna, uno appare di particolare rilievo. È il messaggio contenuto in un rapporto della Fao (l’agenzia Onu per l’alimentazione), in cui si sottolinea che se le donne delle zone rurali avessero le stesse opportunità degli uomini, in termini di accesso alla terra, alla tecnologia, ai servizi finanziari, alla scolarizzazione ed ai mercati, la produzione agricola potrebbe aumentare e le persone che soffrono la fame potrebbero ridursi drasticamente. «Il rapporto argomenta in modo convincente a favore dell’uguaglianza tra i sessi in agricoltura – ha affermato il direttore generale della Fao, Jacques Diouf. – L’uguaglianza tra uomo e donna non è soltanto un nobile ideale, ma una condizione decisiva per lo sviluppo agricolo e la sicurezza alimentare. Dobbiamo promuovere tale uguaglianza e fornire maggiori strumenti alle donne, se vogliamo vincere in modo sostenibile la lotta contro fame e povertà estreme». Le donne rappresentano in media il 43 per cento della forza lavoro agricola dei paesi in via di sviluppo, con percentuali che vanno dal 20 per cento dell’America Latina a circa il 50 per cento del Sudest asiatico e dell’Africa sub-sahariana. Quando le donne delle zone rurali vengono impiegate, in genere sono relegate ad occupazioni meno pagate ed è più probabile che abbiano forme di occupazione meno sicure, più precarie, stagionali o a part-time.FILIPPINE/CECILIA OEBANDA, UNA VITA CONSACRATA ALLA GIUSTIZIA: «MAI PIU' BAMBINI USATI E GETTATI»Per coincidenza, il 25° anniversario della rivoluzione "dei fiori e dei rosari" che il 25 febbraio 1986 portò le Filippine a liberarsi della dittatura Marcos, ha anticipato di pochi giorni la consegna di due premi, della Caritas svizzera e della svedese World Children’s Prize Foundation, alla filippina Visayan Forum Foundation. Ulteriori riconoscimenti alla dedizione della sua fondatrice, Cecilia Flores-Oebanda.Coincidenze significative, ma non inusuali per una vita dedita alla causa della giustizia. Per la 51enne signora filippina si tratta soltanto di «una bellissima opportunità per far conoscere il traffico dei minori nelle Filippine». Un’occasione importante, dopo che a febbraio la sua organizzazione è riuscita ad ottenere la prima sentenza di condanna per sfruttamento del lavoro minorile nel suo paese.Seconda di dodici figli, Cecilia Oebanda cominciò prestissimo a contribuire alle necessità della famiglia nella povertà assoluta delle campagne dell’isola di Negros, nella parte centrale dell’arcipelago filippino, funestate dal latifondo e silenziate dalla legge marziale imposta dalla dittatura. «A cinque anni andavo ogni giorno al mercato a vendere pesce». Carattere e necessità dovevano presto metterla in contatto con i movimenti contadini e sindacali costretti alla clandestinità nella sua provincia di Negros occidentale, ma anche con il coraggio della Chiesa locale, sovente perseguitata per la sua opposizione al regime. A 20 anni finì in carcere e in detenzione nacquero due dei suoi figli. Ne uscì con la vittoria delle forze anti-dittatura guidate da Corazon Aquino e sostenute dalla Chiesa.Restava attiva però la sua carica sociale che non poteva avere uno sblocco nella politica locale, troppo legata agli interessi elitari da un lato, troppo ideologizzata dall’altra. Questo, unito «a un’esperienza personale che mi aveva lasciato con un forte desiderio di sostenere i miei connazionali che cercavano di ricostruire un’esistenza dignitosa dopo vent’anni di dittatura», la spinsero a fondare, nel 1991, Visayan Forum. Il suo impegno doveva cadere, tra le infinite necessità del paese, sui minori impiegati nel lavoro domestico, con esperienze simili a quelle della sua infanzia. «Desideravo che questi bambini avessero migliori opportunità, senza sacrificare le semplici gioie dei loro anni formativi e l’istruzione».Il successo della sua organizzazione, che ha aiutato 35 mila filippini a liberarsi da sfruttamento e violenze, è andato oltre le aspettative sue e dei suoi primi collaboratori. Con una sorta di pudore vive anche la celebrità internazionale utile a evitare che le vicende di tanti minori sfruttati tornino nell’oblio e i loro aguzzini restino senza volto. Perché, racconta, «le difficoltà che ho vissuto nella mia vita, alla fine sono incomparabilmente inferiori a quelle di tante donne e bambini. Il loro pianto mentre comunicano incredibili storie di abusi bastano più di ogni riconoscimento a rafforzarci nel nostro impegno». Stefano VecchiaEGITTO/ DINA E LE ALTRE: OGGI SAREMO ANCORA IN PIAZZA, LA RIVOLUZIONE È ANCHE NOSTRANel timore che i cambiamenti politici sostenuti dal Consiglio supremo delle Forze armate rafforzino il sistema patriarcale di potere e facciano dimenticare all’opinione pubblica il ruolo centrale avuto dalle donne nell’organizzazione delle proteste popolari che hanno condotto alle dimissioni dell’ex presidente Hosni Mubarak, attiviste e attivisti egiziani hanno convocato per oggi, Giornata internazionale della Donna, un corteo per riportare l’attenzione sulla questione femminile nel Paese nordafricano.L’iniziativa, tesa a condurre in piazza al Cairo almeno un milione di donne (ma non solo), è coordinata via Facebook, fra le altre, da Dina Abu el-Soud, 35enne blogger: «Stanno trascurando il ruolo delle donne nella rivoluzione», ha dichiarato al quotidiano britannico The Independent l’attivista politica, proprietaria di un ostello nella capitale. «Penso che sia a causa della cultura e delle usanze del posto», ha precisato. Dina è solo uno dei migliaia di volti femminili della rivoluzione egiziana, fin dal principio distintasi per la giovane età dei suoi protagonisti e per la presenza di entrambi i sessi alle 18 giornate anti-Mubarak. Ma che cosa ha convinto le egiziane, musulmane e cristiane, velate e non, a partecipare come mai prima alle agitazioni di inizio 2011? Probabilmente la natura stessa delle manifestazioni, pacifica, e il mezzo con cui sono state coordinate, Facebook appunto, che garantiva sicurezza e anonimato fino al momento di scendere in piazza. A sua volta, hanno commentato gli analisti, proprio la presenza delle donne ha dato forza alla rivoluzione, rendendola rappresentativa di tutta la società egiziana, non violenta, più "accettabile" anche agli occhi del mondo, quello che temeva una sollevazione di stampo islamico radicale. Ed è di nuovo in piazza Tahrir, nel cuore del Cairo, che si ritroveranno (dalle 15) giovani donne anche molto diverse fra di loro i cui nomi si rincorrono sul social network: come Nour El Refai, fotografa, o Yasmine Khalifa, studentessa dell’Università americana del Cairo, coordinatrici della marcia al pari di Aalam Wassef, fra gli attivisti maschi che intendono esserci.I manifestanti ricorderanno Sally Zahran, deceduta il 28 gennaio a Sohag, nell’Alto Egitto, per le conseguenze delle percosse inflittele da alcuni agenti di sicurezza. Sally aveva 23 anni, stava manifestando pacificamente nella città in cui il padre insegnava da 4 anni presso l’università locale; non era legata a nessun partito né movimento specifico, era musulmana, non era velata e lavorava come traduttrice al Cairo, ma si trovava a Sohag dall’inizio delle sommosse, il 25 gennaio, perché le sembrava «un luogo più sicuro». «Non era un’idealista, ma riteneva, al pari di altri, che fossero necessarie riforme economiche e sociali», hanno detto familiari e conoscenti rifuggendo la retorica del "martirio". Federica ZojaBRASILE/TEREZINHA «SINDACO» IN AMAZZONIA: DIFENDO GLI YANOMAMI DAI CERCATORI D'OROÈ fiera, rude e generosa. Come “Urihí”, la terra-foresta in cui vive il popolo yanomami, al confine tra Brasile e Venezuela. E proprio come Urihí, anche Terezinha si preoccupa di provvedere ai bisogni della comunità. Maria Zigna, alias Terezinha, è l’unica donna delle 24 malocas (collettività) yanomami di Catrimani – un lembo lussureggiante di Amazzonia nello Stato brasiliano di Roraima – ad essere stata nominata “tuxaua”. Molto più di un sindaco: il tuxaua è il portavoce delle esigenze degli altri, il collante della comunità. Ruolo che Terezinha, 44 anni e madre di 4 figli, esercita con profonda consapevolezza. Che la porta a chiedere, senza stancarsi. Perché domanda per gli altri e non per sé. Terezinha e gli altri Yanomani combattono una battaglia estrema e vitale, nel senso letterale del termine. Gli indigeni lottano infatti per la loro sopravvivenza. Minacciata dall’esercito dei “garimpeiros”, i cercatori d’oro – 50-60mila secondo stime locali – che, illegalmente, penetrano nel loro “pezzo di foresta” – un’area di quasi 10 milioni di ettari – a caccia del prezioso metallo.Di cui il sottosuolo è ricco. Nella corsa all’oro, l’Amazzonia viene sventrata, i fiumi inquinati, gli indios esposti al rischio di contrarre malattie e subire violenze. Almeno 1.500 yanomami – su un totale di 12mila, tanti sono i superstiti – sono morti negli ultimi anni a causa dell’impatto dei “garimpeiros”. Lo sterminio si consuma nel silenzio. A cui si oppone, però, il grido di Terezinha e delle altre donne yanomami, supportate dai missionari della Consolata, da decenni, impegnati nel Roraima. «Ci eravamo appena conosciute. Mi ha guardato e mi ha chiesto: “Che cosa puoi fare per noi?” Loro sono, così, franchi, diretti, genuini», ha raccontato Emanuela Baio, senatrice e attivista per i diritti umani che ha descritto la sua esperienza tra gli Yanomami nel libro Lasciamoci educare dagli indios, presentato ieri a Milano al convegno dell’associazione “Impegnarsi serve”.L’appello di Terezinha sta dando i primi risultati. In Senato, la Baio ha presentato una mozione perché anche l’Italia ratifichi la Convenzione 169 dell’Ilo, che riconosce il diritto alla terra dei popoli indigeni. Dal 1989, 20 Paesi hanno firmato il documento. Tra questi, però, ci sono pochi Paesi del Nord del mondo. «La sopravvivenza degli indios riguarda anche noi», ha detto padre Giordano Rigamonti, missionario della Consolata. Lucia Capuzzi