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Ucraina. Perché Mariupol è importante per i russi? Gli scenari dopo due mesi di guerra

Francesco Palmas venerdì 22 aprile 2022

Perché prendere Mariupol è così importante per i russi?
Quanto successo a Mariupol, in due mesi di assedio, è stato un susseguirsi di crimini di guerra. Ma perché i russi hanno tenuto così tanto al controllo della grande città portuale, adagiata sul mare d’Azov? Mariupol è strategica, sia militarmente, sia economicamente. Ha un enorme valore simbolico. È un crocevia fra il suo mare e il Mar Nero. Congiunge in un continuum territoriale la regione russa di Rostov sul Don, distante appena una cinquantina di chilometri, e la Crimea, annessa nel 2014, ubicata appena 350 chilometri più in là. Espugnarla definitivamente, permetterebbe alle guarnigioni e alla logistica di stanza nell’istmo crimeano di ricongiungersi con le forze separatiste del Donbass.

Per il generale sir Richard Barrons, ex numero uno del comando interforze britannico, Mariupol è vitale per il prosieguo della campagna militare russa. Prenderla tutta libererebbe forze fresche per la battaglia dell’est. C’è però un problema: ieri, Vladimir Putin ha ordinato al suo ministro della Difesa di annullare l’assalto frontale al labirinto delle acciaierie Azovstal. L’operazione avrebbe comportato un altissimo numero di perdite fra i propri uomini, che adesso avranno il compito di sigillare ermeticamente il sito, trincea per duemila resistenti ucraini. Almeno 10mila soldati russi saranno così bloccati a lungo nell’area. Quando Mariupol cadrà integralmente, per l’Armata rossa si aprirà un lungo corridoio oltre che per il nord anche per Kherson, prima grande città espugnata dai russi all’inizio della guerra. La conquista di gran parte di Mariupol ha già privato l’Ucraina di ogni accesso al mare d’Azov. La città è un gigantesco polo siderurgico. Esporta da sempre non solo acciaio, ma anche carbone e mais, nonostante il declino degli ultimi anni. Simbolicamente, poi, conquistare tutta Mariupol alimenterebbe la propaganda russa sulla denazificazione dell’Ucraina. Sancirebbe la sconfitta del battaglione Azov, di ascendenze neo-naziste. Sarebbe un tassello cruciale nella rifondazione della Novorossiya, la Nuova Russia, con l’incorporazione di altre terre russofone nella madrepatria.

Come proseguirà l’offensiva russa «brutale» nel Donbass?

Non c’è bisogno di interpellare gli oracoli. L’offensiva scatenata dai russi lungo i 480 chilometri del fronte del Donbass sarà brutale. Non per niente, il governo ucraino ha invitato i residenti a fuggire dalla regione, teatro di una battaglia che si annuncia decisiva. Qui potrebbe giocarsi l’esito della guerra voluta dal Cremlino. Dai primi annunci del comando russo, emerge che la concentrazione di sforzi e di mezzi è impressionante. Le prime fasi della campagna militare hanno infatti insegnato a Mosca che le vittorie si conseguono a terra. Ecco perché il comandante in capo, il generale Dvornikov, ha ordinato una concentrazione mai vista prima di mezzi blindati, di artiglierie e di velivoli da assalto, pensando a una manovra aero-terrestre classica, di ampio respiro. Già si vedono gli effetti: ci sono cortine impressionanti di fuoco, alzate da una miriade di cannoni e di obici, con bombe su centinaia di obiettivi, preludio a un attacco massiccio di carri armati. Le pianure del Donbass si prestano a una campagna del genere. I russi sono ora molto attenti: non vogliono ripetere gli errori degli inizi. Non sottovalutano più l’avversario, capace finora di resistenza, agilità e ridondanza. Le analisi iniziali, sbagliate, sono già costate pesanti perdite. Si delinea pertanto un combattimento metodico, a base di un fuoco massiccio in profondità, cui seguiranno attacchi concentrici di divisioni blindo-meccanizzate ad hoc, perfette per il contesto. Un tentativo di sfondamento è già in corso a partire da Izium, verso Barvinkove e Sloviansk, con l’obiettivo di isolare e circondare cinque brigate ucraine. Per ora gli attaccanti sono rallentati all’altezza di Dovhenke. Ma il dispositivo russo non è ancora completo. Il comando sta compiendo uno sforzo ulteriore per supportare le truppe e puntellare al meglio la logistica, anello debole della manovra fallita a nord. Una volta che la forza d’assalto russa avrà ultimato i preparativi e i supporti saranno allineati, si entrerà nelle fasi calde. Per tutta la settimana, il clima nell’est ucraino sarà proibitivo e non permetterà fluidità aero-terrestre. Ma non appena volgerà al bello, i russi premeranno sull’acceleratore.

Come potrebbe evolversi il conflitto tra Ucraina e Russia?

Che scenari si aprirebbero se i russi vincessero la battaglia decisiva del Donbass? Difficile dirlo. Per ora, il comando dell’Armata rossa non sembra deflettere dalle mire su Kharkiv, Mikolaiv e forse Odessa. Rimane da chiedersi quanto realistici siano obiettivi oltre il bacino del Don. La perdita dell’incrociatore Moskva ha ridimensionato le prospettive di attacco su Odessa, dal Mar Nero. Il Moskva garantiva copertura aerea a tutto lo schieramento a sud e a ovest. Senza il suo ombrello, ogni avanzata terrestre e anfibia equivarrebbe a un suicidio. Oggi come oggi, l’idea di creare un continuum fra la Crimea e la Transnistria moldava appare una chimera. La terza fase di guerra non è poi così scontata. Quali sono le reali disponibilità russe in uomini e in materiali? Le riserve? Il comparto munizioni è in sofferenza. Sono troppi i limiti emersi finora. Se Mosca conseguisse qualche vittoria tangibile, prima a Mariupol e poi nel Donbass, sarebbe pronta a negoziare seriamente con Kiev, partendo da una posizione meno sfavorevole? O dobbiamo temere un’ulteriore fase, con l’avvio di nuove operazioni? L’Armata Rossa, finora molto deludente, sarebbe all’altezza dei nuovi compiti? O si dovrebbe accontentare del Donbass geografico, senza spingere fino al fiume Dnepr? Sono tanti i dubbi che emergono. Ma alcune risposte le forniscono i dati. Il fatto che il Cremlino sia stato costretto a ricorrere a 16mila mercenari siriani, migliaia della Wagner e alle milizie cecene è indicativo del deficit in uomini delle forze armate russe. In fondo, l’uso di combattenti irregolari è un’ammissione di impotenza. Se Putin proclamasse oggi lo stato di guerra, per poter reclutare fino a 2 milioni di soldati, non finirebbe per sconfessare quanto finora propagandato? Ammetterebbe che le operazion non stanno filando lisce. Sarebbe un mezzo fallimento. La coperta del Cremlino si è rivelata più corta del previsto. Tutto, ad oggi, lascia pertanto desumere che i russi si limiteranno a pacificare il Donbass, dopo una battaglia che si annuncia lunga e feroce.