Mondo

L'ANNIVERSARIO. Quel giorno di dolore spiegato ai bambini

Loretta Bricchi Lee mercoledì 7 settembre 2011
Sono cresciuti sapendo che l’11 settembre è una data particolare, ripetuta spesso e con riverenza. Sono cresciuti sapendo che significa qualcosa di triste e importante. Sono i bambini che dieci anni fa non erano ancora nati o che erano troppo piccoli per prendere coscienza del peggiore attacco terroristico nella storia degli Stati Uniti. Questi piccoli ora vogliono sapere: «Che cosa accadde quel fatidico giorno?». «Perché?». Due quesiti che dal 9/11 2001 hanno rappresentato un dilemma per milioni di genitori intenzionati a proteggere i più piccoli da una realtà troppo dura da comprendere e ricordare. Oggi, nel decimo anniversario, si stanno riproponendo con forza. Queste sono domande alle quali ogni famiglia risponde con enfasi diversa, a seconda dell’affiliazione politica. Ciò non toglie che lasciano tutti a disagio. Come spiegare la violenza e le sue ragioni, ragioni che nemmeno gli adulti possono comprendere? Gli psicologi consigliano – come per ogni domanda "difficile" – di dare spiegazioni semplici, dirette, ma non approfondite. «Le ho spiegato che al mondo ci sono persone buone e altre cattive», ha ammesso Michelle Kozikowski di West Springfield, nel Massachusetts. Michelle rammenta il momento in cui la figlia Virginia di dieci anni rimase stupefatta davanti alla fotografia di uno degli aerei prossimo a schiantarsi contro una delle Torri gemelle. Come è possibile trovare una risposta al fatto che 19 individui dirottarono quattro aerei commerciali e uccisero tremila persone innocenti? Come è possibile che siano riusciti a lanciarsi contro le torri gemelle del World Trade Center di New York, sul Pentagono a Washington e, fallendo un terzo obiettivo, caddero nelle campagne della Pennsylvania? Quali sarebbero le ragioni per cui i terroristi "odiano" l’America e tutto ciò che rappresenta? Come rassicurare i figli americani che – nonostante tutto questo – si può ancora salire in aereo o in metropolitana o attraversare i ponti? La generazione "post 9/11" – e in primo luogo quella di New York, la città più duramente colpita dagli attentati – è cresciuta in mezzo a un’allerta costante. Sono bambini abituati a passare attraverso il metal detector dei musei, a togliersi le scarpe e a consegnare i giocattoli per il controllo negli aeroporti. La presenza delle guardie armate della sicurezza nei luoghi pubblici rientra nella "normalità" ed è diventata parte della routine quotidiana anche per gli adulti. Ad ogni anniversario della tragedia, però, quei terribili momenti tornano prepotentemente alla ribalta, riaccendendo la consapevolezza del loro impatto duraturo sulla vita sia degli americani che del mondo intero. Quest’anno le trasmissioni commemorative che si focalizzano sui figli delle vittime e ssul racconto dell’accaduto sono moltissime. Per aiutare i più giovani a capire come andarono i fatti – e i loro genitori ad affrontare il difficile argomento – la rete televisiva Nickelodeon, di solito nota per i suoi cartoni animati, ha trasmesso la scorsa settimana "Cosa accadde? La storia dell’11 settembre 2001", uno speciale per i bambini tra i 6 e i 14 anni, in cui i tragici avvenimenti di quel giorno vengono raccontati con semplicità, non nascondendo il dolore che causò. Piuttosto, – come ha messo in chiaro la crearice del filmato, Linda Ellerbee – sottolineando il comportamento unitario che il Paese dimostrò subito dopo gli attentati, «il trionfo dello spirito umano». Il documentario, che da ora è disponible anche sul sito Internet Nick.com, pur evitando di rappresentare con grafiche adeguate le testimonianze della tragedia, cerca di sfatare alcuni miti che i bambini si sono "costruiti" per colmare la mancanza di informazione sull’accaduto. Come la convinzione da parte di una bambina, che quel giorno svanirono 500 aerei dai cieli americani; oppure l’idea – avanzata da un altro ragazzino – che i terroristi responsabili della strage fossero giapponesi. Sono proprio queste innocenti versioni dei fatti a sottolineare quanto i bambini siano estranei al concetto di terrorismo e quanto sia opportuno per gli adulti insegnare loro a vivere nella tolleranza. «Virginia – che frequenta una scuola cattolica – non poteva credere che qualcuno volontariamente volesse la morte di persone innocenti, nè tanto meno che, per raggiungere il proprio scopo, fosse diposto al suicidio. Virginia se chiedeva la ragione». Michelle Kozikowski cita questo esempio che ha reso inevitabile anche la presa in esame dell’estremismo, ma anche altri aspetti della cultura e della religione islamica.