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Ucraina. Dalla Transnistria alla Gagauzia: ecco le bombe a orologeria di Putin

Nello Scavo, inviato a Odessa sabato 30 aprile 2022

I trenta chilometri di coda per lasciare Odessa sono la prova che lo spauracchio delle “terre mobili” funziona. Piccoli e grandi enclave filorusse pronte a esplodere a comando del Cremlino. In Ucraina come in Modavia o nei Balcani. L'ingorgo stradale, intanto, è colpa del ponte sul Dnestr distrutto dai russi e che ha costretto a deviare l’esodo rallentando la grande fuga. In vista del 2 maggio, quando ricorre l’ottavo anniversario della strage dei filorussi nella casa dei sindacati, molti si attendono una rappresaglia senza precedenti di Mosca. Ma si scappa anche perché quello di un attacco a tenaglia, dalla confinante Transnistria e dalle formazioni russe che avanzano Est è una ipotesi che spaventa molti.

Più a sud c’è una donna che mette d’accordo quasi tutti. È Irina Vlah. Le malelingue la definiscono come la zarina di Komrat, il capoluogo della Gagauzia, una dei territori che nella sua partita a Risiko giocata con le regole degli scacchi e le mosse del judo, Vladimir Putin ha piazzato come ordigni radiocomandati da Mosca ai Balcani. Se la Transnistria è l’enclave ribelle filorussa per eccellenza, che la guerra in Ucraina potrebbe trasformare in un Donbass a cento chilometri da Ue e Nato, proprio alle porte della Romania.

Se Luhansk e Donetsk sono state la spina nel fianco di Kiev, in otto anni di guerra culminata con il riconoscimento del Cremlino, la Transnistria viene agitata come minaccia costante. In silenzio, però, Mosca gioca le sue carte a Komrat, capoluogo della Gagauzia, entità autonoma di Moldavia sconosciuta ai più. Maia Sandu, la presidente moldava, ogni giorno che passa getta acqua sul fuoco, e intanto si prepara a gestire una potenziale catastrofe. Nonostante il desiderio di entrare a far parte del club di Bruxelles, una buona metà dei parlamentari moldavi conserva ottimi rapporti con la politica (e l’economia) “Made in Russia”.

Abbastanza da far temere che le tensioni a Tiraspol possano destabilizzare la Moldavia, «al punto che non possiamo escludere – riferisce una fonte dell’intelligence europea a Chisinau – che si arrivi a un colpo di stato soft con il pretesto della messa in sicurezza del Paese». Tradotto: qualcuno starebbe pensando a installare un governo d’emergenza, con un maggior ruolo dei militari e dei servizi segreti (mai del tutto affrancati dalle posizioni moscovite) con la buona scusa di dover gestire uno stato d’emergenza. Militarmente, la Moldova non preoccupa. Il suo esercito conta circa 6mila soldati, meno di quanti ne disponga l’intera Transnistria, e le spese per la difesa rappresentano neanche lo 0,5% del Prodotto interno lordo. Fragilità che non deriva da una scelta politica improntata al disarmo, ma proprio alla mancanza di fondi per poter gestire un vero apparato armato.

Perciò la regione autonoma della Gagauzia potrebbe completare l’opera di destabilizzazione. Già l’8 aprile alcuni giornalisti moldavi hanno segnalato come fosse in preparazione un sito Internet per proporre Irina Vlah alla presidenza della Moldavia. L’interessata ha subito smentito. Ma il segnale non è stato sottovalutato. Komrat è a meno di 160 chilometri da Odessa, poco più di un’ora d’auto dalla capitale Chisinau, che si trova esattamente a metà strada tra le entità filorusse di Moldavia. La Gagauzia, a differenza della Transnistria, è stata riconosciuta dalla Moldavia dopo un referendum. Ancora legate al passato sovietico, i quasi 200mila abitanti (circa l’8% della popolazione della Moldavia) affondano le loro radici anche in Turchia: poco più del 10% della popolazione parla moldavo, mentre le lingue più diffuse sono russo e gagauzo. Avere ottenuto un’amministrazione autonoma non è cosa da poco, e soprattutto risveglia periodicamente analoghe aspirazioni nei gagauzi presenti anche in Bulgaria, Kazakistan, Romania e Ucraina.

Quando Vlah venne eletta nel 2015 con il 51% delle preferenze e una campagna elettorale definita “filorussa”, Mosca reagì sostenendo che la popolazione «ha votato per sviluppare le tradizionalmente strette relazioni con la Federazione Russa» della turcofona, a maggioranza ortodossa e prevalentemente filorussa.

Da quel momento il Cremlino ha privilegiato i commerci con la regione dove si producono ottimi vini e la vita di campagna scorre con minori preoccupazioni di arrivare a fine mese. Investimenti rilanciati anche dalla Turchia che proprio in Gagauzia ha sperimentato una pacifica e redditizia collaborazione con Mosca. Con il risultato di far ottenere a Irina Vlah il rinnovo del mandato. Un successo da epoca sovietica: il 91 per cento degli elettori mise una crocetta sul suo nome. Il secondo arrivato, Sergei Chiimpoesh, membro del Consiglio popolare della Gagauzia e con posizioni più autonome da Mosca si fermò al 7,27%.

Vladimir Putin queste vicende le conosce bene, per essere stato uno degli artefici. E mentre a Odessa scatta il coprifuoco rafforzato, al Cremlino sanno che all’occorrenza la zarina Vlah potrà alzare la posta delle rivendicazioni su Chisinau. Non bastasse, c’è un dato geografico rilevante: la Gagauzia è a pochi chilometri dal confine rumeno.

Come mine piazzate nel tempo in territori strategici le terre filorusse possono esplodere da un momento all’altro. «La Russia non conquisterà mai l’intera Ucraina – conclude la fonte dell’intelligence a Chisinau – ma non vuol dire che nel resto d’Europa, quando la guerra dovesse finire, si potranno dormire sonni tranquilli. Dalla Gagauzia alla Serbia, dalla Transnistria al Kosovo, le aspirazioni autonomiste dei gruppi etnici filorussi potranno esplodere a comando». E chi tenga il dito sul pulsante non c’è bisogno di domandarselo. Il vicepremier moldavo con delega alla Reintegrazione (della Transnistria), Oleg Serebrian ritiene «che non vi sia alcun pericolo di azioni militari in Moldavia, compresa la regione della Transnistria». Non c’è il rischio che questa tensione «possa trasformarsi in un conflitto militare», ha aggiunto, precisando che «a differenza dell’Ucraina, i nostri partner non hanno informazioni che lo indichino». E per partner si intende i servizi segreti occidentali in cerca di camere libere negli hotel della capitale.

Anche per questa ragione il Pentagono guarda a Odessa, la cui sopravvivenza conta quasi quanto quella di Kiev. Ed è qui che si attendono altri giorni di pesanti colpi dall’alto.