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Nigeria . Da mille giorni nelle mani di Boko Haram

Matteo Fraschini Koffi giovedì 12 gennaio 2017

«Le lacrime non si asciugano, il dolore nei cuori rimane». Il presidente nigeriano, Muhammadu Buhari, ha pronunciato queste parole per commemorare i mille giorni dal sequestro di massa di Chibok, una località nel remoto nord-est della Nigeria. Un lungo periodo soprattutto per i familiari delle circa 195 studentesse rapite dagli jihadisti di Boko Haram nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 2014 ancora in mano ai loro sequestratori. La fiaccola della speranza, però, resta viva più che mai. Alimentata anche dagli episodi del 2016 in cui 24 giovani sono state ritrovate in seguito alle offensive dell’esercito nigeriano. «Mi rende felice vedere che alcune ragazze stiano tornando a casa sebbene mia figlia non sia ancora tra di loro – ha spiegato alla Reuters Rebecca Joseph, una delle madri residenti a Chibok –. Continuo quindi a pregare affinché la mia bambina e le sue altre compagne vengano liberate e ridate presto alle loro famiglie ». Nonostante gli insorti, in oltre sette anni di ribellione, avessero già effettuato rapimenti, con Chibok (vennero rapite in 276) si era oltrepassato il limite.

La loro operazione provocò infatti una campagna politica e militare a livello internazionale destinata a ritrovare le giovani vittime il prima possibile. «Fuori dalla Nigeria, le ragazze di Chibok si sono trasformate nel simbolo del conflitto in corso contro Boko Haram – afferma Sola Tayo, membro dell’istituto di ricerca londinese, Chatham House –. La rabbia globale generata dal sequestro ha aumentato il valore che esse rappresentano per i ribelli». Durante la prigionia, le ragazze sono state costrette a sostenere l’insurrezione, sposandosi con dei miliziani o commettendo attentati, spesso suicidi, contro le autorità locali e la popolazione. Quest’ultima strategia delle «ragazzine-bomba» aveva scioccato il mondo e sollecitato una ferma risposta da parte delle Nazioni Unite: «Deve essere chiaro che questi bambini sono vittime, non esecutori consapevoli – aveva dichiarato Manuel Fontaine, direttore Unicef per l’Africa centrale e occidentale –. Ingannare i bambini e costringerli ad atti suicidi è una delle forme più orribili di violenze perpetrate in Nigeria e nei Paesi vicini».

La furia di Boko Haram, nella lotta per formare un califfato nel cuore dell’Africa, si è infatti sparsa in gran parte della regione del Sahel. Anche a causa della pressione esercitata dai contingenti militari degli Stati regionali di Nigeria, Ciad, Niger e Camerun, Boko Haram sembra però essersi diviso. L’anno scorso, infatti, una parte dei militanti, attraverso il leader Abu Musab al-Barnawi, ha giurato fedeltà al Daesh. L’altra parte, invece, ha mantenuto la sua autonomia difesa dal comandante Abubakar Shekau. «Resta quindi difficile capire in quale gruppo si trovino le restanti 195 ragazze di Chibok», sostengono gli esperti.

Delle 24 studentesse finalmente liberate l’anno scorso, una era incinta, un’altra aveva già un bambino e un’altra ancora si era sposata con un miliziano. Le altre 21 erano state rilasciate lo scorso ottobre in seguito a un accordo che ha coinvolto il Comitato internazionale della croce rossa (Cicr), il governo svizzero e quello nigeriano. Non si hanno però conferme riguardo a cosa i ribelli abbiano guadagnato: alcuni parlano di soldi, altri di uno scambio di prigionieri. «Con il tempo la comunità internazionale ha smesso di fare pressione sulle autorità nigeriane per liberare le liceali – commenta un analista locale, Stanley Ukeny – , speriamo quindi che l’attenzione ritorni rispetto a questa drammatica vicenda».

La notte del raid

Era la notte del 14 aprile 2014. Con armi pesanti e camion, i miliziani bloccarono la cittadina di Chibok. Inutile l’allarme all’esercito, che arrivò ore dopo. Gli uomini di Boko Haram si diressero ai dormitori del liceo. Alcune ragazze riuscirono a gettarsi dai mezzi: ma per 276 di loro la meta fu la foresta di Sambisa, covo dei jihadisti: da lì arrivo anche questa foto, nel maggio del 2014