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In Siria. I giornalisti De Palo e Toni scomparsi da 40 anni. Giallo tra stragi e Olp

Fulvio Scaglione martedì 1 settembre 2020

Italo Toni e Graziella De Palo

È il 2 settembre 1980. I giornalisti italiani Graziella De Palo e Italo Toni escono dall’Hotel Triumph di Beirut e salgono su un’auto mandata dall’organizzazione palestinese Al Fatah. Hanno avvertito l’ambasciata d’Italia in Libano: se non torniamo entro tre giorni, venite a cercarci. Infatti non tornano, se ne perde ogni traccia.

2 settembre 2020, oggi: sono passati quarant’anni e la verità sulla sorte dei due giornalisti sembra ancora lontana. De Palo (24 anni) e Toni (50), compagni nella vita e vicini al Partito radicale, erano esperti di politica internazionale e si erano segnalati, poco prima del fatale viaggio in Libano, per inchieste che avevano fatto molto rumore (in particolare su 'Paese Sera').

Lei aveva raccontato il traffico delle armi che partivano dall’Italia e, invece che ai destinatari 'ufficiali', finivano a terroristi di vario genere, compresi i brigatisti nostrani. Lui aveva descritto i campi di addestramento in cui i miliziani palestinesi si preparavano alla guerriglia. Il viaggio in Libano, organizzato con la collaborazione dei rappresentanti in Italia dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, li portava nel cuore delle loro indagini.

Il Paese era devastato dalla guerra civile, dall’ingerenza armata della Siria e dal perpetuo scontro tra i palestinesi e Israele. Ed era l’epicentro, anche spionistico, di una lunga serie di questioni mediterranee. Il 2 agosto di quell’anno, inoltre, la strage alla stazione di Bologna, con i suoi 85 morti, aveva sconvolto l’Italia. E tra le tante piste d’indagine era poi spuntata anche quella che legava l’attentato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina: poco prima della strage, infatti, un militante del Fronte era stato arrestato a Ortona (Chieti) con due lanciamissili Sam-7 di produzione sovietica. Un intervento che annullava il cosiddetto 'loro Moro', ovvero quel tacito patto politico per cui l’Italia sarebbe rimasta al riparo da attentati finché le organizzazioni palestinesi avessero potuto muoversi senza ostacoli nel nostro Paese.

Il presidente Cossiga e la Commissione Mitrokhin, in seguito, indicarono proprio nei palestinesi i veri autori dell’attentato a Bologna. E da lì a dedurre che il rapimento dei giornalisti italiani, a Beirut, avesse potuto essere una rappresaglia dei palestinesi per la questione dei lanciamissili, il passo era stato breve.

Comunque sia, quel 2 settembre del 1980 Graziella De Palo e Italo Toni spariscono nel nulla. I palestinesi, che controllano la parte Ovest della città in cui si trova l’albergo dei giornalisti, accusano le milizie cristiane che controllano la parte Est, e viceversa. Nel mezzo la figura del colonnello Stefano Giovannone, capocentro del Sismi a Beirut, vecchia conoscenza di Aldo Moro che l’aveva anche nominato due volte nelle lettere scritte rima di essere ucciso dai brigatisti.

Giovannone era stato tirato in ballo dalla De Palo nella sua inchiesta sui traffici d’armi ma è proprio a lui che, di fatto, viene assegnato il compito di indagare sulla sorte dei giornalisti. Giovannone diffonde tesi diverse, prima sostenendo che la De Palo è viva, poi che è morta.

Nel 1982 la Procura di Roma apre una vera inchiesta giudiziaria ma il colonnello muore a sua volta nel 1985, quando è in attesa di giudizio. Della sorte dei due giornalisti italiani oggi non sappiamo molto più di allora. Inchieste giornalistiche e libri sono stati scritti negli anni, senza però venire a capo del mistero.

Nel 1984 il Governo Craxi appose all’inchiesta il segreto di Stato, in seguito prorogato dal Governo Berlusconi. Nel 2014, essendo trascorsi i trent’anni previsti come limite massimo a tale provvedimento, una parte dei documenti è stata desecretata. Non però le carte decisive. Tanto da spingere la Federazione Nazionale della Stampa, il 25 giugno di quest’anno, a chiedere il sequestro presso la presidenza del Consiglio di tutti gli atti relativi all’inchiesta.

A non arrendersi mai, in questi quarant’anni, sono stati i familiari dei due giornalisti, insieme ad alcuni esponenti politici e intellettuali. Nel dicembre del 2019, su richiesta loro e di alcuni colleghi di Graziella De Palo e Italo Toni, la Procura di Roma ha accettato di riaprire le indagini. L’esperienza non insegna a essere ottimisti. Ma la tenacia di chi cerca la verità si è mostrata più forte di tante, troppe delusioni.