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CUBA. Il grido soffocato delle Damas de Blanco

Lucia Capuzzi mercoledì 28 aprile 2010
«Traditrici». A testa alta, con gli occhi puntati sul viso degli assalitori, hanno sopportato impassibili, per otto lunghe ore, la sequela di insulti. Alcune decine di donne, vestite di bianco, con un gladiolo in mano, hanno sfidato ancora una volta l’ira del regime castrista. Lo fanno dal marzo 2003 – la primavera negra –, quando l’allora Lider Maximo Fidel Castro, mentre lo sguardo del mondo era fisso sull’Iraq, avviò una "purga" verso il dissenso. Secondo molti analisti, fu un messaggio indiretto all’amministrazione Bush, per dimostrare che il governo socialista era ancora forte. In 75, tra intellettuali, artisti, giornalisti – dal poeta Raul Rivero all’economista indipendente Oscar Espinoza – furono arrestati e condannati, con processi sommari, a pene durissime, fino a 28 anni di carcere, per spionaggio. Alcuni furono liberati in seguito alle pressioni internazionali. Cinquantatré sono ancora dietro le sbarre. Per loro, si battono le Damas de Blanco. Madri, fidanzate, mogli dei dissidenti incarcerati, ogni domenica, ascoltano la messa insieme nella chiesa di Santa Rita. Poi, marciano per la Quinta Avenida, nel centro dell’Avana, gridando "Libertad!". «Non siamo un movimento politico. Siamo donne disperate. Che lottano per la libertà dei loro uomini. Innocenti imprigionati per il solo fatto di avere idee diverse», spiega ad Avvenire Laura Pollan, fondatrice delle Damas. Suo marito Hector Maseda, giornalista, è rinchiuso nel carcere di Aguica, a Matanzas, a 150 chilometri dall’Avana e dalla sua famiglia. Qui sconta una pena a vent’anni. «È come una condanna a morte, ha già sessant’anni», aggiunge Laura. Finora il regime aveva tollerato le marce delle Damas. Da qualche mese, però, le aggressioni al gruppo si sono moltiplicate. Da tre settimane, le donne non riescono a raggiungere la Quinta Avenida. Agenti in borghese le fermano all’uscita dalla messa e intimano loro di tornare indietro. Dato il secco rifiuto, le donne vengono aggredite da gruppi filocastristi. Che le circondano, le insultano, le spingono, le minacciano. Il copione degli "atti di ripudio", spontanei in teoria ma in pratica ordinati dal governo, non è cambiato in mezzo secolo di Revolucion. A crescere è stata, però, la veemenza delle manifestazioni. Perfino la stampa ufficiale, che mai prima aveva menzionato le Damas, ha cominciato ad attaccarle. Segno che la "rivoluzione dei gladioli delle signore bianche" è diventata un problema. Per il castrismo è un momento delicato. Raul, succeduto al fratello malato nel 2006, ha deluso le aspettative di cambiamento. Le poche riforme attuate – diritto dei cubani ad avere un pc, un telefonino, a utilizzare Internet, a entrare negli hotel per stranieri, la concessione di terra incolta ai contadini e la possibilità di barbieri ed estetiste di prendere in affitto il loro locale – hanno un puro carattere "cosmetico". Il suo progetto di trasformazione del socialismo tropicale in capitalismo autoritario, sul modello cinese, si è arenato ancor prima di iniziare. Per l’opposizione, dicono fonti vicine al regime, dello stesso Fidel, la cui ombra peserebbe sulle spalle del fratello. Per questo, i blogger più irriverenti hanno definito Raul Castro "il numero uno e mezzo": un potente ma non troppo per opporsi all’anziano "comandante". Una leadership inadeguata ad affrontare la dura recessione economica che flagella il Paese. I negozi sono vuoti, un cittadino su quattro è senza lavoro. Il malcontento popolare è forte. Per questo, più che per una reale coscienza politica, dato che il regime fa di tutto per impedirne la formazione, in tanti ora si avvicinano ai dissidenti. «Lo fanno timidamente, la paura è tanta», spiega Reyna Zapata Tamayo, madre di Orlando, il prigioniero politico che due mesi fa si è lasciato morire di fame per protestare contro le terribili condizioni carcerarie. La donna è controllata a vista dalle forze di sicurezza «Mi hanno perfino vietato di rispondere alle domande dei curiosi sull’autobus. Dicono che devo stare muta. Altrimenti mi fanno scendere. Preferisco camminare che tacere», dice Reyna. Isolare i dissidenti per impedire che il virus della ribellione dilaghi è l’ossessione di Raul. Mentre la repressione cresce, però, la fragile economia cubana si sgretola. Il rischio del tracollo è concreto. A meno di un cambiamento reale. Lo ha riconosciuto lo stesso presidente. Nel discorso alla Gioventù Comunista ha parlato della necessità di una "grande trasformazione". Il divario tra parole e fatti a Cuba non è mai stato tanto profondo.