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Amnesty. Corea del Nord, il satellite “vede” i campi lavoro

Anna Maria Brogi giovedì 5 dicembre 2013

​Le immagini parlano chiaro: in Corea del Nord persiste lo scandalo dei campi lavoro. Vere e proprie regioni, cintate e fornite di torri di guardia, al cui interno vivono e lavorano i dissidenti politici e le loro famiglie. Si calcola che la popolazione dei campi superi le centomila persone, compresi i bambini. Per molti di loro non c'è un'imputazione, ma solo l'accusa di essere conniventi con i familiari ritenuti colpevoli di ostacolare la politica del regime. Con il nuovo corso di Kim Jong-un, salito al potere nel dicembre 2011, non sembra essere cambiato nulla. Lo denuncia un rapporto di Amnesty International, basato sull'analisi di nuove immagini satellitari dell'ottobre scorso.Il famigerato Kwanliso 16Si trova all'estremo nord-est del Paese (400 chilometri da Pyongyang) ed è il campo più vasto: copre 560 chilometri quadrati (tre volte il comune di Milano). Il confronto tra le nuove immagini e le precedenti del 2008 mostra un aumento del numero degli edifici abitativi. Un'immagine ravvicinata, nei pressi del cancello d'ingresso, mostra due edifici abitativi in costruzione, ciascuno con dieci unità che misurano 4 metri per 3,5. Il perimetro resta chiaramente segnato da cancellate difensive e torri di guardia, check-point si ritrovano anche all'interno dell'area. Ci sono tutti i segnali di una zona produttiva: coltivazioni, miniere, industria del legname. Kwanliso 15, il secondo per estensioneSituato a Yodok, nella regione centro-orientale, dista 120 chilometri da Pyongyang. Copre un'area di 370 chilometri quadrati (il doppio del comune di Milano). Le attività produttive - agricoltura e miniere - sono concentrate nelle valli percorse dai fiumi. Rispetto alle immagini del 2011, il satellite rivela 35 nuovi edifici non abitativi, mentre 39 strutture residenziali risultano smantellate e altre 6 costruite nuove.Le testimonianzeIl rapporto di Amnesty riporta alcune testimonianze, già note, di fuoriusciti o ex guardie. I coniugi Kim e Lee (nomi abbreviati), detenuti a Kwanliso 15 dal 1999 al 2001, raccontano: «Lavoravamo nelle fattorie dalle 7 alle 20, si coltivava grano. Ogni unità di lavoro comprendeva 10-15 persone. Avevamo ogni giorno un obiettivo da raggiungere. Se fallivamo, tutti i membri dell'unità venivano puniti con percosse e riduzione del cibo. Fallivamo spesso, per debolezza e fame. Finito il lavoro, c'era la Sessione di lotta ideologica». Secondo il signor Lee (altro nome abbreviato), ex guardia a Kwanliso 16 fino a metà anni 90, gli incidenti erano frequenti e spesso mortali. Racconta di avere visto condannati a morte costretti a scavarsi la fossa e uccisi sul posto con una martellata alla nuca. Ricorda anche esecuzioni pubbliche. E parla di donne scomparse dopo essere state stuprate da ufficiali.L'appello di AmnestyAlla luce del rapporto, Amnesty chiede urgentemente al governo della Corea del Nord di riconoscere l'esistenza dei campi e chiuderli immediatamente; di rilasciare tutti i prigionieri politici e i loro familiari; di garantire l'accesso di osservatori indipendenti internazionali per il rispetto dei diritti dell'uomo.