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REPORTAGE. I copti rischiano più di prima: «La nuova Carta ci fa paura»

Giorgio Ferrari giovedì 11 luglio 2013
Il “qamasin”, quel vento del deserto che fino a pochi giorni fa soffiava nervoso per le strade del Cairo, ha lasciato il posto a una sospensione caliginosa che meglio non potrebbe raffigurare lo schiudersi del ramadan. Ma dietro questa cortina color ocra, dietro agli occhi guardinghi della gente si indovina un’ansia rappresa, appena mascherata da un sorriso di circostanza.«Sì, è vero, siamo preoccupati – dice Botros Fahim Awad Hanna, vescovo copto cattolico di al-Minya, 250 chilometri a sud del Cairo –: perché ci prendono in giro. Le disposizioni che nella vecchia Costituzione apparivano pessime agli occhi dei cristiani vengono messe addirittura in risalto nel nuovo testo. Se non parliamo adesso, poi non potremo dire più niente». Sospesi fra la sottaciuta contentezza della caduta di Mohammed Morsi e l’inquietudine che un futuro incerto possa far pagare loro un pedaggio ancora più caro, i dieci milioni di cristiani copti scrutinano giorno per giorno l’evoluzione di quella che ormai a tutti gli effetti è una rivoluzione. «La gente crede molto più nelle Forze armate che nella Fratellanza musulmana – proclama nel caos disadorno di una redazione che sembra uscita dagli anni Cinquanta Samia Sidhom, direttrice della versione anglofona di Watani, seguitissimo periodico cairota vicino al mondo copto – ma salafiti e islamici secondo me non si indeboliranno affatto. Se non avranno rappresentanza politica adeguata la otterranno con il terrorismo. Si parla di armi, tantissime armi che passano di mano in queste ore. Le stesse con cui c’è stata battaglia nei giorni scorsi».Secondo il censimento non arrivano a 8 milioni. In costante diminuzione, perché molti preferiscono andarsene, lasciare l’Egitto dove la discriminazione – a dispetto dei proclami di autonomia e rispetto che rimbalzano da Nasser a Sadat, da Mubarak fino a Morsi – si confonde facilmente con la persecuzione aperta. «Una ragazza copta la vedi subito – dice Nabila, che staziona impavida nel caldo implacabile di Piazza Tahrir – perché non si copre il capo e non porta veli. È un bersaglio facile per chi ha cattive intenzioni, di ogni genere». «La rivoluzione per i copti è cominciata il 1 gennaio 2011 con l’eccidio di Alessandria – spiega monsignor Agostino Coussam, originario di Aleppo e vescovo cattolico armeno della città di Cleopatra e della perduta biblioteca – e da allora quella specie di pace sociale che Mubarak garantiva si è dissolta. Morsi ha speso solo parole, parole nel vento che non portavano a niente. Io l’ho incontrato varie volte, cercavo di ricondurre il matrimonio cristiano fuori dalla legge civile dello Stato, di tenere viva insomma la tradizione religiosa cattolica. Ma Morsi fingeva di non sentire, spesso abbandonava i colloqui. E sa perché? Perché non è mai stato lui a comandare in Egitto: il vero padrone, quello che aveva l’ultima parole nelle decisioni della Fratellanza musulmana era Mohammed Badie, il “Murshid”, la Guida suprema». Il peso della Fratellanza non è svanito. Giuristi e parlamentari copti come Naguib Gabriel, Susie Adly e Amir Ramzy denunciano una torsione del testo costituzionale di Mansour che rappresenterebbe addirittura una regressione rispetto alla Costituzione di taglio islamista approvata sotto il governo egemonizzato dai Fratelli musulmani: «Non solo nell’articolo 1 si riproclama la sharia, ma la si aggancia alla più antica delle interpretazioni salafite; inoltre è sparito dalla bozza l’ex articolo 3, che garantiva a cristiani e ebrei la possibilità di ricorrere ai propri principi canonici per regolare le questioni personali e religiose delle rispettive comunità». Il testo (per ragioni soprattutto di galateo politico) è stato bocciato anche dal Fronte di salvezza nazionale (Fsn), la più consistente alleanza non islamista e liberale del Paese guidata dal vicepresidente ad interim Mohamed el-Baradei, e dall’influente predicatore salafita Yaser Borhami, leader di Al-Daawa, il movimento che ha generato il partito Al-Nour.Paura e speranze si inseguono in questa faticosa risalita verso qualcosa che assomiglia a una democrazia compiuta. «Non c’è nessun golpe, nessuna rivoluzione – commenta l’analista Ramadan A. Kader –: gli egiziani hanno deposto due presidenti in tre anni in un’unica lunga rivolta sostenuta dall’esercito; siete voi confusi osservatori della stampa occidentale a non aver capito niente...». È l’Egitto bellezza, direbbe qualcuno.