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Cop26. Il cardinale Hummes: «Clima, l'Amazzonia ha fretta: perderla sarebbe fatale»

Lucia Capuzzi, inviata a Glasgow giovedì 4 novembre 2021

Il cardinale Claudio Hummes

La settimana a Glasgow è cominciata con un flebile raggio di sole, non solo meteorologico. Martedì, oltre cento Paesi presenti alla 26esima Conferenza Onu sul clima (Cop26) si sono impegnati a mettere fine alla deforestazione in un decennio. Nel frattempo, dall’apertura formale del summit, il 31 ottobre, solo la porzione brasiliana dell’Amazzonia – circa tre quarti del totale – ha perso una superficie di bosco equivalente a 8.764 campi da calcio. E, appena ieri, l’associazione Hutukara, che riunisce il popolo Yanomami del Roraima, ha denunciato l’assassinio di due indigeni isolati per mano dei cercatori d’oro clandestini.

Ecco perché «l’Amazzonia ha fretta», come afferma il cardinale Claudio Hummes, tra le voci più autorevoli fra i cattolici impegnati nella difesa evangelica del Creato e degli ultimi. Tanto da aver ispirato, con il suo «ricordati degli poveri» pronunciato in Conclave subito dopo l’elezione, il nome Francesco all’attuale Pontefice. Dopo aver guidato fin dalla fondazione la Rete ecclesiale panamazzonica (Repam), il religioso dei frati minori e arcivescovo emerito di San Paolo, è stato eletto presidente della neo-nata Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia (Ceama), organismo costituito in seguito al Sinodo speciale sulla regione del 2019. Una terra che dom Cláudio, come ama farsi chiamare, porta nel cuore. E che l’attuale emergenza climatica ha messo al centro della ribalta mondiale. «L’Amazzonia è centrale per la sopravvivenza del pianeta e della famiglia umana: è il punto di equilibrio della salute della terra. Perderla sarebbe fatale». Per questo, a nome della Chiesa d’Amazzonia, il cardinale vuole lanciare un appello ai leader internazionali riuniti alla Cop26 al coraggio e alla fermezza.

Che cosa chiede loro, eminenza?
L’Amazzonia ha fretta. Il tempo scorre veloce e il riscaldamento globale è inesorabile. Ne resta ancora, però poco. I leader devono avere fermezza di volontà per prendere decisioni costose sotto varie aspetti, altrimenti, il mondo non ha chance di futuro. La Cop26 non può rimandarle. Sarebbe una irresponsabilità grave e irreparabile verso tutta l’umanità e la storia. Tanto più che ci vorrà tempo per metterle in pratica. Prima di tutto, occorre decarbonizzare l’economia. Per quanto riguarda la deforestazione, lo stop è importante e va accompagnato al riconoscimento del diritto dei popoli originari alle loro terre. Nonché alla pulizia dei fiumi inquinate dall’attività mineraria.

Agire in fretta e insieme è stato anche il cuore del messaggio inviato alla Cop da papa Francesco. E sono molti i cattolici giunti a Glasgow per chiedere impegni e non parola. La Chiesa d’Amazzonia è stata pioniera nella difesa del Creato. Perché è un dovere evangelico?
È il nostro amato papa Francesco a utilizzare spesso l’espressione «casa comune» per sottolineare che tutto è connesso. Ciò di male che si fa al pianeta, si fa anche alla famiglia umana e viceversa. Il grido della terra e il grido dei poveri è un solo grido. Il Vangelo e tutta la Rivelazione divina insegnano che Dio ha creato le cose visibili e invisibili. E lo ha fatto per amore gratuito. Egli ama il suo Creato e tutto farà per redimerlo dal male in cui è caduto. Perciò, la Chiesa è coinvolta con la redenzione non solamente della famiglia umana, ma di tutto il cosmo.

In Europa se ne parla poco ma sul terreno l’applicazione del Sinodo e di Querida Amazonia procede. Anzi, proprio il processo sinodale ha ispirato la prossima Assemblea ecclesiale dell’America Latina. Quali i passi finora compiuti?
Il riconoscimento canonico della Ceama da parte di papa Francesco, il 9 ottobre, è stata la decisione più importante presa finora sul processo di applicazione del Sínodo nel territorio. Siamo molto grati al Santo Padre per questo passo che rende possibile la costituzione di Conferenze ecclesiali (formate non solo da vescovi ma da tutti i battezzati, ndr) altrove nel mondo. E non solo noi. I popoli originari, indigeni che vivono nella foresta o in città, gli abitanti dei fiumi, le genti di Amazzonia, soprattutto i più poveri e quelli spogliati di loro identità, spiritualità, storia, culture, dalla società dominante, sono molto felici. Per loro è un’iniezione di speranza.