Mondo

COPENAGHEN. Clima, Obama incontra Hu Si lavora a una nuova bozza

venerdì 18 dicembre 2009
I due paesi che hanno in mano la maggior parte dei destini del mondo si sono incontrati: Obama ha avuto un lungo faccia a faccia con il premier cinese Wen Jiabao a margine della conferenza sul clima a Copenaghen. «È stata una discussione costruttiva su tutte le questioni chiave» ha spiegato una fonte della delegazione di Obama, e si tratta di un «passo avanti» verso il raggiungimento di un accordo. Obama e Wen proseguiranno i negoziati con una serie di «incontri bilaterali con gli altri Paesi per vedere se si riesce ad arrivare a un'intesa», ha aggiunto la fonte.«Sì a un'intesa anche non perfetta». «Il mondo accetti anche un'intesa non perfetta. L'America è pronta a prendersi le sue responsabilità in quanto leader. Non sareste qui se non foste convinti che il pericolo è reale. Il cambiamento climatico non è fantascienza, ma è scienza, è reale»». Si era espresso così Barack Obama davanti al plenum del vertice Onu, prima di incontrare il premier cinese. «Siamo qui non parlare ma per agire» ha poi detto ancora Obma, ma la verità è che la possibilità di un accordo sul clima resta al momento ancora lontana, se non avverrà qualche fatto nuovo. Obama non ha però fatto nuovi annunci su impegni ulteriori degli Usa. Sulla riduzione di C02, ha detto di sperare che gli Usa saranno in grado di ridurre le loro emissioni di gas ad effetto serra del 17% entro il 2020 rispetto al 2005, così come previsto dalla legislazione pendente davanti al Congresso. La bozza. Passi avanti sono comunque stati fatti rispetto agli ultimi giorni. Nel giorno conclusivo del vertice del vertice sul clima, dopo una discussione durata per gran parte della notte a Copenaghen è pronta una bozza d'intesa da sottoporre all'esame dei «grandi» del mondo: l'aumento della temperatura globale del pianeta dovrà essere tenuto entro i 2 gradi centigradi sui livelli pre-industriali e i Paesi poveri saranno finanziati con un fondo che raggiungerà i 100 miliardi di dollari l'anno entro il 2020 per adottare tecnologie «pulite» e affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici. Queste le linee-guida anticipate da due fonti che hanno partecipato ai negoziati. Tuttavia la resistenza della Cina e dell'India a un'intesa rimane forte e per questo c'è grande attesa per quanto sarà in grado di fare il presidente degli Stati Uniti Barack Obama giunto oggi a Copenaghen, per superare le ultime difficoltà, se la cosa sarà possibile. La bozza, presentata dalla presidenza danese che ospita il summit, è stata già sottoposta all'esame degli esperti di clima di 26 Paesi diversi, i più influenti, e sarà oggi esaminata dagli oltre 100 capi di Stato e di governo che sono già arrivati o che stanno sbarcando a Copenaghen. Il testo messo a punto dagli «sherpa» e che ovviamente potrebbe ancora subire cambiamenti, allo stato non cita però obiettivi per i tagli delle emissioni dei Paesi industrializzati. Si è lavorato fino a notte fonda per limare il documento. «Abbiamo tentato di dare un ombrello politico all'accordo», ha detto il premier svedese, Fredrik Reinfeldt, che detiene la presidente di turno dell'Ue. «C'è stato un dialogo molto costruttivo», gil ha fatto eco il premier danese e presidente della conferenza Onu, Lars Loekke Rasmussen. La bozza, come detto, prevede un pacchetto di aiuti ai Paesi più vulnerabili, che parte da 10 miliardi di dollari all'anno tra il 2010 e il 2012, passa a 50 miliardi di dollari annualmente fino al 2015 e 100 miliardi entro il 2020; e propone una serie di meccanismi di raccolta del denaro. I tagli alle emissioni dovranno invece essere tali da non far superare l'aumento di due gradi Celsius (le piccole isole che rischiano di essere sommerse dall'innalzamento del livello dei mari causati dallo scioglimento dei ghiacci avevano chiesto un limite massimo di 1,5 gradi). Le prossime ore saranno decisive per le trattative sul nodo centrale, il taglio alle emissioni. I leader di 26 Paesi ricchi e in via di sviluppo si sono già incontrati nelle primissime ore del giorno per tentare di superare le profonde divisioni; e si incontreranno di nuovo. Trattative febbrili dunque, soprattutto per convincere Cina e India, al primo e al quarto posto nella lista dei Paesi più inquinanti: i due giganti asiatici si sono detti finora disponibili a misure volontarie per rallentare le emissioni di CO2, ma sono riluttanti a consentire ispezioni dall'esterno che verifichino il rispetto degli impegni. La svolta. La svolta che ha ridato fiato al negoziato è comunque ancora una volta «made in Usa» anche se gli europei hanno spinto al massimo per un risultato più incisivo. Obama si è fatto precedere a sorpresa dal segretario di Stato Hillary Clinton che giovedì ha sparso a piene mani fiducia accompagnando le dichiarazioni di buona volontà con una apertura forte: gli Stati Uniti accettano di partecipare al fondo di aiuti per i Paesi in via di sviluppo per 100 miliardi di dollari entro il 2020. Resta in piedi l'incognita Cina che giovedì ha mostrato un eccesso di tattica: prima ha gettato nel panico i negoziatori delle Nazioni Unite facendo sapere che un accordo era «impossibile»; quindi, attraverso una dichiarazione del premier cinese Wen Jiabao, ha chiesto un «accordo equilibrato, giusto e ragionevole». Intanto oggi, forse non a caso, è trapelato uno studio choc delle Nazioni Unite che dice a chiare lettere che se si firmasse un accordo alle condizioni attuali il Pianeta rimarrebbe a rischio catastrofe. Secondo questo documento confidenziale, le offerte di riduzione delle emissioni di Co2 sul tavolo dei negoziati, porterebbero ad un aumento medio delle temperature mondiali di tre gradi rispetto all'obiettivo dei 2 gradi. E sarebbe una catastrofe per il pianeta.