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Aja. La Corte non chiede nemmeno la tregua. «Israele dimostri che non è genocidio»

Nello Scavo, inviato a Ramallah (Cisgiordania) venerdì 26 gennaio 2024

La Corte internazionale di giustizia riunita all'Aja

A Ramallah sono delusi. A Gerusalemme arrabbiati. Ma dal capoluogo politico della Cisgiordania, quando viene letta l’ordinanza della Corte internazionale di giustizia, parte l’ordine di calmare i facinorosi, e di spiegare che non si è vinto, ma neanche perso. Sovraccaricata di aspettative, la decisione dell’Aja ha scontentato tutti. Perciò le parole dei leader si misurano nella quantità di frustrazione altrui.

Se da un lato la Corte ha smentito le speranze dei palestinesi, ansiosi di ottenere un ordine vincolante per fermare la guerra a Gaza, dall’altro ha rappresentato una battuta d’arresto legale per Israele, che sperava di veder respinta la causa intentata in base alla Convenzione sul genocidio, istituita sulle ceneri dell’Olocausto. I giudici hanno ordinato a Gerusalemme di prevenire gli atti genocidiari contro i palestinesi e di fare di più per aiutare i civili. Il Sudafrica, che ha denunciato il governo israeliano davanti alla magistratura dell’Onu, chiedeva che venisse anche disposto il cessate il fuoco, che i giudici non hanno concesso lasciando a Israele 30 giorni per dimostrare che la guerra non ha lo scopo di annientare il popolo palestinese della Striscia.

A suo modo è un verdetto storico. Per una volta sul lato palestinese si sentono meno soli: «Abbiamo messo in questione Israele, non era mai successo. E il sospetto di genocidio non è stato ancora cancellato. Anche se sapevamo che questo tribunale non ha la forza giuridica e la copertura politica per fermare i massacri a Gaza». La voce che trapassa il perimetro blindato della Muqata, la roccaforte che fu di Arafat ed ora è quartier generale dell’Autorità nazionale palestinese, è quella di un vecchio diplomatico che implora l’anonimato. «Hamas ci ascolta», borbotta alludendo alle infiltrazioni degli estremisti fin dentro il sistema di potere palestinese. Poco dopo arriveranno i commenti firmati: «La Palestina accoglie con favore le misure provvisorie ordinate dalla Corte internazionale di giustizia», reagisce a caldo il ministro degli Esteri palestinese Riyad al-Maliki. «I giudici della Corte internazionale di giustizia hanno valutato i fatti e la legge e si sono pronunciati a favore dell’umanità e del diritto internazionale», ha aggiunto rivolgendosi alla comunità internazionale perché assicuri che le misure ordinate dalla Corte «siano attuate anche da Israele, la potenza occupante».

Netanyahu non è da meno. «Alla vigilia della Giornata internazionale della memoria dell’Olocausto mi impegno da premier di Israele: “mai più”. Israele continua a difendersi contro Hamas, un’organizzazione terroristica genocida», ha affermato subito dopo avere ascoltato i giudici dell’Aja. «La nostra guerra – ha ribadito, rivolto al collegio – va contro i terroristi di Hamas, e non contro il popolo palestinese».

L’ordinanza arriva quando tutti rientrano dalle moschee, dopo il mezzogiorno del venerdì di preghiera. La caotica Ramallah diventa spettrale. Il tempo resta sospeso come in un estenuante fermo immagine. Ogni schermo, che si tratti di tv o telefoni non fa differenza, è collegato con al-Jazeera. C’è chi sgrana un rosario islamico mentre ascolta la traduzione simultanea. Sollevano il capo ogni volta che sono d’accordo, e contano con le dita: adottare ulteriori misure per proteggere i palestinesi; punire chi richiama al genocidio dei palestinesi; permettere l’accesso di aiuti umanitari. «E la tregua?» domanda una ragazza che per un momento lascia cadere sui vestiti la cenere della sigaretta. L’avvocato che di solito guida i cortei con la toga sulle spalle si allontana appena dopo la lettura del verdetto. Deve correre per scongiurare che la delusione possa tracimare in rabbia. «Spiegheremo che comunque il sospetto per genocidio rimane, che per Israele è uno schiaffo». Ismail, il barista, lo interrompe: «Non ho studiato Legge – dice lo spilungone che serve espresso italiano–. Sono solo il ragazzo che porta il caffè. Però se i giudici pensano che il genocidio è una possibilità, allora perché non fermano subito la guerra?».

Al tavolo c’è Arab Barghouti. Attende la corte aggrappandosi a una tazza di americano che ancora scotta, mentre fuori piove a dirotto, le strade malcurate sono in piena, e confessa di essere preoccupato per suo padre, il celebre Marwan, quello che chiamano il “Mandela palestinese”, in galera da oltre vent’anni e che oggi nei sondaggi viene dato come vincitore assoluto, se si andasse a votare. Solo che lui è in cella per le accuse di terrorismo, e in Palestina temendo l’avanzata di Hamas non si va al voto dal 2006.

Da Gerusalemme a Ramallah, i due presidenti hanno in comune i sondaggi. Netanyahu ai minimi storici in Israele, Mazen anche. E alla fine la sentenza che viene giudicata tra il pilatesco e il salomonico può andar bene a tutti. Netanyahu usa i toni del vincitore magnanimo pronto a “concedere” una tregua che non gli è stata imposta. E Hamas dal canto suo rivendica di essere riuscita a far sospettare Israele di aver commesso il crimine peggiore.

I giudici hanno anche espresso grave preoccupazione per la sorte degli ostaggi in mano ad Hamas e chiesto il loro rilascio immediato

Il dilemma, adesso, è per il negoziato. Il presidente egiziano al-Sisi si è rifiutato di rispondere a una telefonata di Netanyahu. In ballo c’è l’ipotesi di una tregua di cinque settimane e un cospicuo scambio di ostaggi israeliani per centinaia di detenuti palestinesi. Fonti diplomatiche europee confermano la pressione su Netanyahu. Ma chi ci ha parlato dice che il premier israeliano non vuole apparire spaventato dalla Corte dell’Aja. Perciò vorrebbe prendere altro tempo, mentre da fuori accelerano. Il capo della Cia William Burns incontrerà «nei prossimi giorni a Parigi» alti funzionari egiziani, israeliani e del Qatar per cercare di concludere un accordo tra Israele e Hamas su Gaza. Lo ha detto all’agenzia Afp una fonte della sicurezza di uno Stato coinvolto nei negoziati, confermando le informazioni del Washington Post.

L’ordine, intanto, è di non demordere con le retate in Cisgiordania. Bulldozer e blindati in tarda serata prendevano la strada dei campi profughi impossibili da addomesticare. Annunciano un’altra notte di battaglia. Mentre in pieno giorno un gruppo di coloni dopo la lettura dell’ordinanza dell’Aja sono stati visti uscire per sparare ai cammelli di alcuni allevatori palestinesi.

A Ramallah, Jenin, Hebron, Nablus, la chiamata è per le 17. Tutti in piazza non per cantare vittoria ma neanche per affliggersi. La polizia palestinese comincia a schierare gli uomini, con l’ordine preciso di impedire infiltrazioni degli esaltati della jihad. Ma non servirà. L’acquazzone del pomeriggio fa calare dai quartieri in collina la piena che si ripete ad ogni piovasco, senza che mai l’autorità palestinese riesca a rimediare. Tutto rimandato, tranne le imprecazioni contro l’amministrazione comunale, che non ripara le buche «e almeno di questo – sostiene Ismail, che nel frattempo ha cambiato canale e guarda le partite – non possiamo dare la colpa a Israele».