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Il reportage. Brexit, Londra decide: dentro o fuori

Giorgio Ferrari giovedì 23 giugno 2016
«Sì, ammettiamolo – dice il giovane manager –: qui viviamo in una bolla, dove la realtà è distorta dalla ricchezza e dal benessere e dove un appartamento può costare anche 20mila sterline al metro quadro. E dove peraltro nessuno si sognerebbe mai di abbandonare l’Europa». Euroscettici ma fedeli al business, sgambettano veloci come cavallette di primo mattino le migliaia di piccoli e grandi manager che affollano le rampe della metropolitana, un esercito di fedeli che alla sirena di Farage e di Boris Johnson «Snon hanno mai troppo creduto e che si affrettano a raggiungere le loro postazioni di lavoro. Malcom Roundtree lavora nello square mile, quel miglio quadrato fatto di inespugnabili privilegi e foderato di crepitanti montagne di denaro che comunemente viene chiamato «La City». Qui, fra i dipendenti delle oltre 500 fra banche, istituti di credito, compagnie di assicurazione e società di consulting sono tanti gli euroscettici, ma è molto improbabile – tanto per non smentire l’eccentricità britannica – trovarne qualcuno disposto stamane a depositare nell’urna una scheda favorevole alla Brexit. Voteranno “Remain”, certo, dissimulando una segreta preoccupazione: «Quella – dice con una stridula risata l’analista finanziario Amir Khureishi – che davvero la follia collettiva faccia vincere la Brexit e tutta la City debba affrontare un terremoto di proporzioni inimmaginabili ». «Quello fra gli inglesi e l’Europa – riconosce Valentine Low del Times – non è mai stato un matrimonio d’amore, ma solo un fidanzamento d’interesse. Quasi tutte le convenzioni con la Ue fanno molto comodo alla ricerca, alla sanità, alle imprese. Ricominciare da capo nel più splendido isolamento, come vorrebbero i sostenitori del “Leave” sarebbe alla fine assai svantaggioso». O, come dicono qui, «unfriendly to business ». Perché è soprattutto una questione di portafoglio a trattenere gli inglesi dal separarsi dall’abbraccio a volte un po’ soffocante, altre volte stupidamente maniacale di Bruxelles. Girovaghiamo tra Notting Hill e South Kensington, feudo pressoché inespugnabile del “Remain”, in cerca di quell’anima europeista che nell’inglese medio sembra quasi non esistere. E uno – con una certa fatica e molto aiuto – lo troviamo: è il warrant officer di prima classe Thomas Ebbing, sottufficiale in pensione della British Army. Ci riceve nella sua bella ma umidissima casa al pianterreno in Edgware Road. «Uscire dall’Europa, dice, io lo vedo come un tradimento. Per due guerre mondiali siamo sbarcati e abbiamo gettato il nostro sangue sul suolo europeo. Mio padre ha combattuto in Francia, mio nonno è stato in trincea. Ci è sembrato un dovere, una questione d’onore combattere la Germania. Ora qualcuno vorrebbe che dessimo un calcio all’Europa in nome di chissà quale libertà. Mi sembra una follia...». Rara avis, in una società che al vecchio continente riserva un sentimento distaccato e diffidente. «L’Europa fa comodo e fa paura insieme – commenta Malcom –, anche perché rispetto a quella idealizzata sessant’anni fa ora è profondamente cambiata, mentre noi inglesi siamo rimasti uguali: pragmatici, concreti, poco inclini ai bizantinismi, di cui l’Unione Europea abbonda...».  All’uscita della metropolitana una ragazza distribuisce volantini su cui campeggia il volto di Sir Richard Branson, leggendario tycoon della Virgin. C’è scritto: «Vota Remain il 23 giugno: L’Unione Europea ci consente di mantenere forte la nostra economia». Ma lei ci crede davvero, signorina? 'Certo. La Ue è il nostro maggior partner commerciale, più di 3 milioni di posti di lavoro sono legati all’export in Europa, almeno mezzo milione andrebbero perduti se vincerà il “Leave”». Idee chiare, a dispetto di quel pettegolezzo filtrato – e subito smentito – da Buckingham Palace secondo cui la regina Elisabetta avrebbe chiesto ai più intimi dei suoi consiglieri: «Datemi tre buone ragioni perché il Regno Unito debba rimanere in Europa».  Almeno una l’ha trovata anche il vecchio George Soros, proprio lui, quello che il 16 settembre 1992 (il famigerato “mercoledì nero” sferrò un attacco mortale alla lira italiana che bruciò 48 miliardi di dollari e perse il 30% del proprio valore e costrinse con una speculazione vertiginosa la Bank of England a uscire dallo Sme e a svalutare anch’essa la sterlina: «La Brexit, dice, danneggerebbe tutti, ricchi e poveri. E il giorno dopo il referendum potrebbe diventare un autentico Black Friday, un venerdì nero». Nessuno meglio di lui sa di cosa sta parlando. Non a caso gli si affianca subito il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker: «Sappiano, loro e i loro politici – ha ammonito ieri – che se votano per uscire resteranno fuori dalla Ue, e che se votano per restare nella Ue ci rimarranno alle condizioni che sono già state stabilite a febbraio nell’accordo con il primo ministro David Cameron; e che queste condizioni non prevedono di rinegoziare niente, né l’accordo stesso né tantomeno altre questioni riguardanti gli attuali trattati Ue». I britannici sono avvisati. Oggi finalmente si vota, in un “neck to neck” – come si dice nel gergo ippico – che fa davvero paura a tutti.