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Brexit. Il Labour cerca un voto ai Comuni su un secondo referendum

Paolo M. Alfieri martedì 22 gennaio 2019

Manifestanti contro la Brexit fuori dal Parlamento di Westminster (Ansa)

Per la prima volta, il Partito laburista britannico è sceso esplicitamente in campo per chiedere il voto in Parlamento a Westminster su un secondo referendum sulla Brexit: secondo il maggior partito di opposizione, i Comuni dovrebbero essere messi in condizione di decidere se tenere una seconda consultazione popolare. La proposta è contenuta in un emendamento al cosiddetto “piano B” per la Brexit della premier Theresa May.

È la prima volta che il partito, che ha tenuto finora su questo punto una posizione ondivaga, chiede ai parlamentari di valutare formalmente l'ipotesi di un secondo referendum, anche se l'emendamento, scrive il Guardian, non impegna affatto la leadership del partito a schierarsi per il referendum nel caso che il voto si tenesse davvero. L'emendamento al governo di Theresa May, che è stato depositato ieri notte, chiede di votare su una duplice opzione, il “cosiddetto piano B” oppure se legiferare "per organizzare una consultazione popolare su un accordo o una proposta" che sia sostenuta da una maggioranza ai Comuni. Al momento il Labour Party è diviso tra chi, come il leader Jeremy Corbyn e alcuni dei suoi più stretti alleati, sono contrari a un secondo referendum e chi è più entusiasta come il portavoce, Keir Starmer.

Intanto, mentre il giorno X dell'addio di Londra all'Ue resta fissato, sempre più incombente, per il 29 marzo, la premier May ha avviato ieri il dibattito sulle linee di un nuovo ipotetico accordo da sottoporre a Bruxelles dopo la bocciatura senz'appello, la settimana scorsa da parte del Parlamento di Westminster, di quello raggiunto con i 27 a novembre. Un discorso nel quale l'unica vera novità concreta, accolta da un raro moto di unanimità dei deputati, è stato l'annuncio della premier Tory dell'abolizione del previsto costo da 65 sterline per le pratiche che 3 milioni di cittadini di Paesi Ue insediati nel Regno (inclusi oltre 600mila italiani) dovranno espletare per ottenere lo status speciale in grado d'assicurare loro gli stessi diritti di oggi: anche in caso di “no deal”, come è stato promesso e ribadito.

Un segnale importante per un esercito di europei che sono in prima fila sul fronte delle incertezze della Brexit. E che in parte, se titolari di un'app per dimostrare la propria identità, possono iniziare a registrarsi sin da oggi online (per le procedure cartacee si partirà invece tra qualche settimana e ci sarà poi tempo fino al giugno del 2021). Ma un segnale che non dice nulla sulla strada che il governo di Sua Maestà vuole o può imboccare entro il 29 marzo per uscire dallo stallo. Salvo scivolare per inerzia verso l'orizzonte di quel divorzio senz'accordo che mezzo mondo teme come una potenziale catastrofe per le relazioni europee, per i legami che le regolano e soprattutto per l'economia britannica.