Mondo

Asia Bibi. Bhatti: lavoriamo in silenzio, strategia che paga

Stefano Vecchia venerdì 15 luglio 2011
Paul Bhatti, esperienza biennale come medico in Italia ma rientrato in Pakistan lo scorso marzo dopo l’assassinio del fratello Shahbaz, è personaggio di riferimento per l’impegno di pacificazione e integrazione della comunità cristiana del suo Paese. Ancor più dopo il decentramento del ministero per le Minoranze, di cui è stato a capo per un breve periodo. Bhatti, che è Consigliere speciale del Primo ministro per gli Affari delle Minoranze religiose, presiede anche l’Alleanza di tutte le minoranze del Pakistan, organizzazione impegnata a sostenere una maggiore presenza dei cristiani nella politica e nella società. Da tempo su Asia Bibi sembra essere sceso il silenzio: forse perché la sua vicenda è considerata superata o senza speranza?No. Asia Bibi non è condannata a morte da una sentenza definitiva. Quello che stiamo cercando di fare è di proteggerne l’incolumità e insieme di cercare un accordo con i giudici, ma tenendo un basso profilo, per non inasprire gli animi. Sono il primo a dire che il silenzio su quanto sta succedendo alle minoranze nel mio Paese, a Asia e ad altre come lei non è accettabile, ma al momento non c’è altro da fare che cercare compromessi. Posso aggiungere che la vicenda di Asia Bibi ha commosso e anche sconvolto, ma che risolvendo il suo caso non risolveremmo il problema. Quello che vogliamo come comunità cattolica è arrivare a un cambiamento reale, non un impegno sui singoli casi...Asia Bibi però sembra essere diventata pretesto per un inasprimento delle pressioni sui cristiani e delle minoranze, come pure sui musulmani moderati: è così?Sì è così, ma ciò conferma anche la buona volontà del governo che a sua volta è in difficoltà. Ho faticato anch’io, abituato a pensare all’italiana, a capire come fosse più opportuno agire. Alla fine ho compreso che occorre puntare comunque a un risultato, anche se all’apparenza inferiore alle aspettative. Ha un senso, sia  per ottenere giustizia in tempi brevi, sia per salvaguardare a lungo termine gli interessi delle minoranze. Quali sono i pericoli reali per la convivenza in Pakistan e per la comunità cristiana dopo la cancellazione del ministero che in passato fu affidato a suo fratello?In teoria i problemi non dovrebbero essere di rilievo. Per due ragioni. Intanto perché con la legge sull’autonomia regionale approvata due anni fa, la tutela delle minoranze deve essere trasferita in buona parte a livello provinciale. Se ci sono stati o ci saranno problemi, a questo punto, non credo siano attribuibili a mala fede, ma al fatto che il governo non ha serenità e stabilità e quindi certe procedure restano inattuate. In secondo luogo, perché si dovrebbe andare entro poche settimane verso la formazione di un altro dicastero cui affidare, tra l’altro, il rispetto dei diritti umani. Va detto che negli ultimi mesi il ministero per le Minoranze, ora abolito, ha avuto un potere effettivo solo sotto mio fratello Shahbaz. Se anche il ministero fosse sopravvissuto, non ci sarebbe stato nessuno in grado ora di garantirne un funzionamento efficace. Prima di Shahbaz c’era chi riteneva in buona fede che i cristiani non avessero veri problemi, perché non erano proposti ufficialmente e nemmeno c’era una forte attenzione internazionale.In che modo lei e altri attivisti per i diritti delle minoranze pensate di agire?Credo che debba nascere un forum dove vengano identificati i problemi e da cui escano soluzioni. Non un forum politico, però, che non funzionerebbe. Occorre lavorare al di fuori dell’ambito istituzionale sul doppio fronte del sostegno concreto alle situazioni di difficoltà dei cristiani e delle minoranze, per avviarle a una vera integrazione, e sulla sensibilizzazione per la giustizia. Manifestazioni e proteste non aiutano ad essere accettati, mentre assai più efficace è il dialogo, locale e internazionale. Per questo mi sento di lanciare un appello alla comunità internazionale, a partire dall’Italia: se ritengono giusti i nostri obiettivi, le diplomazie devono propiziare un ambiente in cui sia possibile lavorare tutti insieme per proporre e monitorare i risultati. Il Paese ha bisogno di pace.