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Altro orrore. Bangladesh, donna cattolica data alle fiamme

Lucia Capuzzi mercoledì 13 luglio 2016
È accaduto in un istante. Di colpo Maya è passata dal sonno all’agonia. «Ho sentito le fiamme bruciarmi la pelle e ho cominciato a piangere per il dolore», ha raccontato la donna, di fede cattolica, viva per un soffio.  Nella notte tra domenica e lunedì, secondo quanto riporta AsiaNews, un gruppo di sconosciuti ha fatto irruzione nella sua casa, nel minuscolo villaggio di Kajura, nel sudovest del Bangladesh. Ha aggredito Maya Karmokar mentre dormiva, l’ha cosparsa di benzina e le ha dato fuoco. Fortunatamente, le grida di disperazione hanno allarmato i parenti che si sono precipitati dall’abitazione accanto. Portata d’urgenza in ospedale, Maya è stata medicata. Avrebbe avuto necessità di cure specialistiche e di una lunga degenza: gran parte del corpo è gravemente ustionata.La donna, 45 anni, non può, però, permettersele: è troppo povera. Come la maggior parte degli altri cristiani del villaggio. Maya è, dunque, dovuta tornare a casa, assistita da un medico locale, alcuni familiari e dall’anziana madre, con cui vive. «Ho saputo dell’attacco e lo condanno con forza. Esprimo la mia vicinanza alla parrocchiana», ha detto ad AsiaNews padre Ananda Gopal Biswas, parroco di Shimulia, di cui fa parte il villaggio di Kajura. In quest’ultimo, i cattolici sono circa 4mila e, come spesso accade alle minoranze, occupano i gradini più bassi della scala sociale. La convivenza con la maggioranza islamica, però, è sempre stata pacifica. «Non ho nemici», ha ripetuto più volte Maya dopo l’assalto. Certo, nel Paese estremismo e intolleranza stanno crescendo, purtroppo. La strage di Dacca – in cui sono morti anche 9 italiani, massacrati insieme ad altre 13 persone – è stata l’apice di una lunga serie di attentati contro esponenti delle minoranze o musulmani moderati. Negli ultimi tre anni, ci sono stati una cinquantina di omicidi mirati – contro attivisti, blogger, esponenti altre fedi, intellettuali – da parte dei fondamentalisti. In quelle occasioni, però, puntale è arrivata la rivendicazione di formazioni vicine ad al-Qaeda o al Daesh. O, quantomeno, nella dinamica del delitto – eseguito in genere con un pugnale – appariva chiara la firma degli estremisti. Stavolta no. E nessuno, al contrario, si è attribuito la responsabilità del tentato omicidio di Maya. La polizia ha avviato un’indagine ma gli aggressori sono ancora senza nome. I familairi, spaventati, hanno chiesto che venga fatta luce sulla vicenda. Il clima di sospetto e di paura rischia di avvelenare le relazioni fra le comunità. Una deriva a cui, però, la società bengalese cerca di opporsi. Sul luogo del massacro di Dacca, il ristopub Holey Artesan Bakery, i cittadini hanno portato, spontaneamente, corone di fiori. Su una c’era il biglietto: «Forgive us» (Perdonateci). «Credo che esprima il sentimento dominante o comunque molto intenso, che pervade tanti bengalesi dopo la strage. Stupore, incredulità, paura, preoccupazione per sé e per il Paese», ha detto a Fides un missionario del Pime. E ha aggiunto: «C’è la sensazione che quei giovani abbiano violentato il Bangladesh e l’immagine che ha di sé. La percezione della realtà ora è diversa e piena di disagio: siamo capaci anche di questo...».