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La storia. «Avevo dieci anni: ho ucciso per la prima volta»

Lucia Capuzzi giovedì 13 agosto 2015
«Per quel che ricordo, ho ucciso con le mie mani 16 persone. Molte di più sono quelle che ho ordinato di ammazzare. Avevo 10 anni quando ho premuto il grilletto di un M16 la prima volta. E per un decennio ho continuato a farlo». Non ha lo sguardo di ghiaccio né il tono spavaldo dei killer da romanzo noir. “El Asesino” – “l’assassino”, il nome di battaglia con cui lo chiamavano – è solo un giovane di 34 anni. Uno dei troppi figli della “guerra” che, tra il 1980 e il 1992, ha straziato El Salvador. «Sono cresciuto con una nonna anziana nella colonia La Iberia di San Salvador. La mattina era “normale” imbattersi nei cadaveri squartati lasciati dall’esercito e dagli squadroni della morte per terrorizzare la popolazione. All’inizio, appena entrato, avevo paura. Poi mi sono “abituato”. Speravo che la storia non si ripetesse con le mie figlie. E invece...». Impossibile guardare in faccia Ismael Rafael – il nome è di fantasia per ovvie ragioni di sicurezza – senza notare due macchie nere, poco sopra le sopracciglia. Una volta, al loro posto, c’erano le lettere “M” e “S”, il “marchio” della Mara Salvatrucha. «Le ho cancellate nel 2001, quando mi sono allontanato dalla “pandilla” (gang) e ho cominciato a nascondermi in territorio nemico, cioè della mara rivale, la 18», racconta ad Avvenire  mentre beve lentamente una Sprite in un bar del centro di Milano, città dove vive ormai da cinque anni. Gli altri tatuaggi sono rimasti: troppo doloroso eliminarli tutti. L’intero corpo di Ismael è un “affresco” su cui è disegnata la sua “vida loca” (vita folle) nella banda criminale. La lacrima sotto l’occhio sinistro indica la “licenza di uccidere” datagli dalla gang. I tre punti sotto il destro, le tre “prove” affrontate per la Mara: carcere, ospedale, coma. Ogni delitto è registrato sulla sua pelle. «Ai miei tempi si usava così. Ora no, anzi è proibito. I tatuaggi danno nell’occhio, vieni subito individuato come “marero” (esponente di una banda)», aggiunge. Ismael appartiene alla vecchia guardia. A reclutarlo, a scuola, quando era a malapena un bimbo, è stato “El Lunático” (Il Lunatico), uno dei primi “mareros” deportati a El Salvador da Los Angeles, dove le gang si sono formate negli anni Ottanta. Il boss, uno dei pochi ancora in vita tra i “fondatori”, è ora detenuto nel carcere di Ciudad Barrios. «Aveva fiducia in me. Per questo la mia ascesa è stata rapida». A 12 anni, Ismael era già “palabrero” (una specie di capo) della ILS, una delle principali cellule in cui è suddivisa la Mara Salvatrucha. «Gestivo il racket delle estorsioni. Tenevo l’ordine interno: un “marero” non può fumare crack né ubriacarsi ogni giorno, altrimenti non rimane lucido. Pianificavo le incursioni contro la gang rivale. Vigilavo sugli acquisti di armi: spesso erano militari e poliziotti corrotti a vendercele. In media, ogni settimana, guadagnavo l’equivalente di 2-300 dollari. Al tempo era una cifra consistente. Mi sentivo forte, invincibile».Poi, Ismael ha conosciuto la sua attuale moglie, Consuelo (anche in questo caso, il nome è di fantasia). E sono nate le due figlie. «La “legge” della Mara non consente di lasciare la banda. È permesso, però, allontanarsi per un periodo, specie se si vuole formare una famiglia. Si dice “calmarse”. Nel 2000, ho chiesto e ottenuto l’autorizzazione dei miei capi. Poi, però, ho scoperto che c’era un ordine segreto per eliminarmi». La Mara Salvatrucha aveva dato “luce verde” nei confronti di Ismael: qualunque membro della gang aveva facoltà di assassinarlo in ogni momento. «Ho vari familiari nella banda. Uno di loro mi ha avvertito e ho cominciato a nascondermi, vagabondando da un quartiere all’altro». Nel 2001, Ismael è entrato nel giro della pirateria. «In breve mi sono sistemato e guadagnavo bene. Così potevo pagarmi delle guardie del corpo per proteggermi». La Mara, però, non l’aveva dimenticato. E nel 2009 – dopo che il giovane aveva trascorso un periodo in carcere per una “soffiata” e gli affari iniziavano ad andare male –, la banda ha ricominciato a dargli la caccia. «Alla fine sono arrivato a Milano grazie a un ex compagno di banda, che viveva già qui. Mia moglie mi ha raggiunto dopo qualche mese. Avrei dovuto dirle di portare le bambine e vendere tutto. Ho sbagliato. A volte penso che la vita mi stia punendo per quel che ho fatto...». Quello che un tempo chiamavano “El Asesino” si commuove mentre parla della famiglia che i “mareros” gli hanno portato via. «Mia suocera ha chiamato dopo pochi mesi. Avrebbero sterminato l’intera famiglia se Consuelo non fosse tornata. Appena arrivata l’hanno costretta a “cedere” alla MS la casa che avevo comprato con il denaro dei Dvd pirata. Poi, ha dovuto fidanzarsi con il nuovo “palabrero” – conclude il giovane –. E le mie ragazze sono state reclutate nella gang. La storia si sta ripetendo». Non solo quella di Ismael. Il passato violento di El Salvador pesa sul presente. E sul Paese aleggia lo spettro di una nuova guerra. Anche se il mondo sembra non accorgersene.