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ALLARME WELFARE. L'Asia dai capelli grigi

Stefano Vecchia venerdì 31 maggio 2013
Gli stupefacenti risultati ottenuti dall’Asia nel recente passato hanno beneficiato indubbiamente della sua demografia, in quanto una popolazione numerosa e giovane ha dato un contributo essenziale alla crescita economica. Il continente si avvia tuttavia ad avere una popolazione assai più vecchia nei prossimi anni per calo della fertilità e aumento dell’aspettativa di vita. La crescita futura potrà contare di conseguenza sempre meno su una popolazione attiva ampia e giovane e dovrà invece tenere sempre più conto di chi il "miracolo" asiatico ha alimentato con notevoli sacrifici e chiede sicurezza e benessere.Come sottolineano i compilatori del rapporto Pension Systems and Old-Age Income Support in East and Southeast Asia: Overview and Reform Directions («Sistemi pensionistici e sostegno al reddito degli anziani in Asia orientale e sud-orientale: panoramica e indicazioni per la riforme»), pubblicato recentemente dall’Asian Development Bank (Banca asiatica per lo sviluppo), in questa prospettiva, se l’Asia in via di sviluppo si trova davanti alle sfide colossali di mantenere una crescita sostenuta e consentire ai suoi anziani di avere di che vivere in modo adeguato, quella più sviluppata dovrà faticare per adeguare sistemi di previdenza sempre meno sostenibili.Il continente oscilla ancora tra aree economicamente progredite ma non ancora dotate di sistemi di welfare adeguati e paesi il cui sistema previdenziale riguarda il solo pubblico impiego e poche altre categorie, lasciando la maggioranza dei cittadini a dipendere in modo sempre più incerto dai figli, dalla beneficenza o dalle tradizionali strutture di assistenza a base religiosa.In ogni caso, con poche eccezioni, la situazione oscilla tra sistemi che andranno necessariamente estesi a beneficio di fasce più ampie di popolazione ad altri che andranno razionalizzati, aumentando ad esempio l’età prevista per uscire dal mondo del lavoro e insieme incentivando una prolungata vita produttiva.In Giappone, che in Asia ha la più alta percentuale di anziani, l’età dell’età pensionabile viene alzata per tutti a 65 anni, con la possibilità per le aziende di continuare ad impiegare, a metà del salario, dipendenti ultrasessantacinquenni. Come ricorda il professor Nahiro Ogawa dell’Istituto per la ricerca sulla popolazione dell’Università Nihon, «nessun Paese può lasciare inalterata l’età del pensionamento per decenni. A parte altri provvedimenti, mantenere in attività più persone non potrà che contribuire ad alleggerire il peso delle pensioni per il governo, rendendo i piani pensionistici più sostenibili».Con una popolazione di 67 milioni che salirà nel 2050 a 82,5 milioni, di cui il 27,3 per cento (22,5 milioni) ultrasessantenni, la Thailandia è il caso di una situazione intermedia, segnata oggi però da difficoltà nuove che non potranno che aggravarsi senza interventi significativi.«Si va concretizzando quella che è stata per anni la nostra preoccupazione, quando per la prima volta l’età media dei dipendenti pubblici ha toccato i 45 anni nel 2004. Recentemente è scesa a 43 anni per il pensionamento dei dipendenti della generazione del "baby boom", ma la situazione resta preoccupante, tenendo conto di una speranza di vita più elevata e della bassa fertilità». La preoccupazione di Nontikorn Kanjanajitra, responsabile della Commissione per il Pubblico impiego thailandese, non è priva di ragioni e va certamente condivisa.Nel caso thailandese, dell’1,65 milioni di dipendenti pubblici che (su un totale di 2,7 milioni) avranno diritto alla pensione al raggiungimento del 60° anno (un «beneficio» esteso anche ai militari, ai poliziotti e a pochi altri gruppi professionali) solo il 42,2 per cento ha meno di 40 anni. Il governo di Bangkok sta correndo ai ripari, ad esempio posticipando di almeno quattro anni il pensionamento di alcune categorie di dipendenti, come medici o avvocati e pensando di alzare per tutti l’età pensionabile a 62 anni o, in alternativa, a 70 per sole categorie manageriali. Ma il problema – per un Paese che non ha un piano nazionale di previdenza e in cui la maggioranza della popolazione ha poche possibilità di garantirsi una forma di previdenza privata – è solo procrastinato nel tempo. Una legge del 1941 ha stabilito l’età pensionabile a 60 anni, quando la speranza di vita media nel Paese del Sorriso era di soli 52 anni, oggi salita a 72.Esiste poi l’aspetto della spesa sanitaria, non meno preoccupante. Tornando ancora al "caso" thailandese, sono 5 milioni i cittadini che hanno diritto all’assistenza garantita ai dipendenti pubblici e ai loro familiari. Di questi, circa la metà hanno più di 60 anni e assorbono la metà della spesa sanitaria annua che equivale a 1,6 miliardi di euro. «Il divario d’età non potrà che crescere per l’aumento dell’età dei lavoratori, nonostante il "congelamento" periodico dell’uscita dall’attività produttiva dei pubblici dipendenti. Dobbiamo ripensare seriamente le regole di assunzione e incentivare il rientro al lavoro dei pensionati», ricorda ancora Nontikorn Kanjanajitra.