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L'ALLARME. Bangladesh, morire d'arsenico

Stefano Vecchia lunedì 5 luglio 2010
Un quinto delle morti in Bangladesh sarebbero collegate alla contaminazione da arsenico delle acque, mentre circa la metà dei circa 150 milioni di bangladeshi sono esposti abitualmente alla minaccia di questa sostanza e altri in modo occasionale. L’articolo (Arsenic exposure from drinking water, and all-cause and chronic-disease mortalities in Bangladesh, HEALS: a prospective cohort study) pubblicato il 19 giugno dalla versione online della rivista internazionale di medicina "The Lancet", ha aperto uno scenario da incubo, non unico ma forse il peggiore al mondo per quanto riguarda le conseguenze dell’uso indiscriminato di una sostanza come l’arsenico e le difficoltà di attuare politiche di contenimento di pericoli conclamati o potenziali davanti alle necessità della popolazione.I ricercatori hanno seguito per dieci anni un campione di quasi 12mila persone e monitorato per lo stesso periodo 6.000 pozzi comunemente usati dalla popolazione. I risultati hanno confermato le previsioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che un decennio fa aveva previsto «un grave aumento nel numero delle patologie collegate all’arsenico se la popolazione continuerà ad utilizzare acqua contaminata».Un allarme lanciato da tempo, quindi. La stessa rivista aveva pubblicato nel 2001 i dati di un altro rapporto a cura dell’Università delle Nazioni Unite (Arsenic crisis today, strategy for tomorrow, i cui dati erano poco meno drammatici, ma mancavano del sostegno di un monitoraggio costante sulla popolazione). Un problema che, seppure coinvolge drammaticamente il Bangladesh, non esclude altri paesi, una settantina con in testa Thailandia, Cina e Stati Uniti. Complessivamente almeno 140 milioni di esseri umani a rischio o già condannati: una situazione che, secondo Joseph Graziano della Columbia University, che ha guidato la ricerca i cui risultati sono stati pubblicati su "The Lancet" insieme a Habibul Ahsan ricercatore dell’Università di Chicago e docente alla stessa Columbia, «richiede chiaramente una risposta globale, perché la situazione va ben oltre i confini del Bangladesh».Le coordinate di quello che l’Oms considera «il più grande avvelenamento di massa nella storia di una popolazione» sono tracciate chiaramente nel servizio di "The Lancet". La popolazione del Bangladesh è da decenni esposta a dosi pari a 10 microgrammi per litro, sufficienti a provocare direttamente il 21% delle morti e indirettamente il 24% di quelle attribuite a malattie croniche, come quelle cardiovascolari. I tumori più frequenti associati al consumo di arsenico colpiscono fegato, cistifellea e pelle. Come si sia arrivati a questa situazione è evidenziato chiaramente nello studio.Paradossalmente, questa situazione gravissima è anche risultato dello sforzo del governo e delle agenzie per il sostegno allo sviluppo a partire dagli anni ’70. Nel tentativo di ridurre le malattie collegate all’acqua non potabile, come colera e dissenteria, si sono costruiti almeno 10 milioni di pozzi. Questi – come sottolinea ancora il professor Graziano – se hanno ridotto la capacità di azione dei microbi che provocano patologie anche mortali, hanno però consentito la concentrazione nell’acqua dell’arsenico, un materiale metallico che si trova in natura nel sottosuolo del paese. Un rimedio è costruire pozzi più profondi, oltre i 10 metri nel sottosuolo, una pratica avviata negli anni recenti ma che finora beneficiano, secondo gli esperti della Columbia University, soltanto 100mila persone.In un drammatico tentativo di conciliare le necessità primarie della popolazione e l’impossibilità di utilizzare risorse adeguate in un paese che resta al fondo dello sviluppo asiatico, con una popolazione al 36 per cento sotto la soglia di povertà, ancora due anni fa il governo di Dhaka aveva proclamato il suo obiettivo di liberare l’acqua potabile dall’arsenico entro il 2013. «Un’acqua sicura da bere è uno dei problemi maggiori del Bangladesh – aveva dichiarato allora durante una conferenza scientifica il ministro delle Finanze Abul Maal Abdul Muhit. – Dobbiamo usare più prodotti chimici per maggiori produzioni agricole al fine di nutrire una popolazione crescente. I prodotti chimici contaminano le falde idriche, come pure l’arsenico. A questo fine – aveva concluso Muhit – in anni recenti il nostro governo ha promosso una ricerca scientifica mirata a risolvere il problema e ha reso disponibili maggiori risorse finanziarie».Oggi, a maggior ragione mentre il paese è nella morsa della crisi economica che sta soprattutto devastando le sue esportazioni tessili, la maggior parte della sua popolazione – si stima il 70 per cento – continua a bere acqua all’arsenico.