Mondo

LA DIFFICILE TRANSIZIONE. «Anche il Kurdistan riconosca i diritti dei cristiani d’Iraq»

Luca Geronico giovedì 2 luglio 2009
Ancora una enclave per i cristiani iracheni, ma sotto l’amministrazione del Kurdistan. Solo una ipotesi, ma il dibattito sulla nuo­va costituzione della regione autonoma – che do­vrebbe essere approvato con un referendum il 25 lu­glio – ha riproposto il vecchio progetto di una pia­na di Ninive trasformata in “riserva” per il caldei e le altre confessioni della minoranza cristiana. «Se si tratta di avere un riconoscimento dei diritti come minoranza, questo è un passo avanti perché sono spesso calpestati. Stiamo cercando di capire quanto valgono le affermazioni contenute nel pro­getto di costituzione della regione autonoma», af­ferma il vescovo ausiliare di Baghdad Shlemon War­duni. La discussione sottintende anche un dibatti­to fra caldei, siri e assiri. Le tre etnie tradizional­mente cristiane, sono menzio­nate espressamente dalla costi­tuzione irachena, mentre non è chiaro in che termini sono men­zionate nel Kurdistan. «Nell’ul­timo sinodo caldeo abbiamo au­spicato un riconoscimento dei diritti dei cristiani senza però mescolare caldei, assiri e siri. L’unità e la cooperazione fra i cristiani non è però un bene ac­cetto da tutti», conclude monsignor Warduni. Intanto la proposta di una enclave è stata condan­nata da 50 deputati del Parlamento iracheno in vi­sta di un referendum previsto al riguardo nella re­gione autonoma curda il 25 luglio. Per ora nessuna presa di posizione ufficiale dell’episcopato, anzi «sulla questione ci sono posizioni molto diverse al­l’interno delle diverse etnie cristiane», ammette Warduni il vice-patriarca di Baghdad. «Sarebbe me­glio che ogni affermazione dei diritti restasse an­corata alla costituzione nazionale», facendo intui­re come la proposta non susciti grande entusiasmo fra la comunità dei caldei. Ma la battaglia è già politica: il deputato Ossama al­Nujaifi ha attaccato violentemente l’idea affer- mando che la costituzione del Kurdistan è incom­patibile con quella federale e che darebbe al Parla­mento del Kurdistan iracheno più poteri che al Par­lamento nazionale di Baghdad. Il documento rico­nosce formalmente il gruppo etnico «caldeo siria­co assiro», al quale appartengono molti cristiani, così come il diritto di regolamento autonomo in zone in cui un gruppo etnico rappresenta la mag­gioranza. Secondo alcuni questo assicurerebbe al­le minoranze pieni diritti. Ma non tutti i cristiani i­racheni sostengono l’idea di una patria cristiana. Se gruppi come il Movimento Democratico Assiro han­no chiesto un territorio cristiano in Kurdistan – ve­dendolo come l’«ultima speranza» per i cristiani perseguitati del Paese –, altri temono che questo porti all’isolazionismo. In passato l’arcivescovo la­trino di Baghdad Jean Sleiman, leader dei 5.000 cat­tolici iracheni di rito latino, ha infatti affermato che qualsiasi piano che preveda un’enclave cristiana nel nord implicherebbe la creazione di «un ghetto». Per questo il refe­rendum costituzionale curdo potrebbe avere una forte riper­cussione interna ai cristiani ira­cheni. L’atteggiamento della Chiesa siriaca è infatti diverso da quello della Chiesa caldea. Quella dei diritti dei cristiani è u­na delle questioni all’ordine del giorno nel mo­mento particolarmente delicato che l’Iraq sta vi­vendo per il ritiro delle truppe statunitensi, a sei anni dal conflitto che ha portato alla fine del regi­me di Saddam Hussein e a una guerra civile che ha provocato moltissime vittime. Intanto il bilancio delle vittime delle violenze nel mese di giugno in I­raq è il più alto degli ultimi undici mesi con un to­tale di ben 437 morti. Il preoccupante dato è stato reso noto ieri dai ministeri iracheni di Difesa, In­terno e Sanità. Secondo il comunicato, il più alto tri­buto di sangue è stato pagato dai civili: 372 uccisi, insieme a 45 poliziotti e a 20 soldati. Inoltre, sem­pre nel solo mese di giugno, sono stati feriti 960 ci­vili, 101 poliziotti e 34 soldati.