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THAILANDIA. Lo scontro si sposta nel Nord e nell'Est

da Bangkok Stefano Vecchia venerdì 21 maggio 2010
Secondo molti osservatori, la soluzione militare di una situazione che si sarebbe dovuto evitare si concretizzasse nel centro della capitale, ma che invece si è lasciata crescere fino a degenerare per poi reprimerla in modo confuso e – secondo le testimonianze – eseguito per lasciare un marchio indelebile di paura, ha infilato il Paese nel tunnel della guerra civile. La parola nel campo delle Camicie rosse sconfitte sotto i simboli del benessere costruito anche sulla pelle e sull’ignoranza di una fetta consistente della popolazione, è passata ora agli “orfani” del generale Khattiya Sawasdipol, il «Comandante rosso» ucciso da un cecchino la scorsa settimana. La sua morte è stata seguita da una reazione immediata. Da un lato i suoi sostenitori, i sottoposti nell’organizzazione dell’“ala militare” delle Camicie rosse – le Camicie nere – hanno giurato vendetta promettendo il sacco di Bangkok dopo la presa di Ratchaprasong, dall’altro hanno accelerato i tempi per il loro ingresso nella clandestinità. Un esempio è l’uso relativo di armi e di esplosivi che si è visto durante la drammatica giornata di mercoledì. I “duri” avevano due possibilità: usarle davanti a una certezza di vittoria o conservarle per portarle con loro nella clandestinità avvicinandosi la sconfitta. E così è stato. Il nucleo dell’arsenale dovrebbero essere costituito dalle centinaia di armi abbandonate dai poliziotti e soldati in rotta la notte del 10 aprile, ma anche quelle che – poche settimane prima della calata su Bangkok dei “rossi” il 12 marzo – erano sparite da un deposito militare nel Sud del Paese: 600 fucili, granate e caricatori, sottratti da ignoti che erano entrati semplicemente forzando la serratura. La Thailandia è un Paese dove troppe armi girano con estrema facilità. Pensare che la legge, o anche una presenza militare consistente ma non motivata da una repressione, possa essere un ostacolo serio ad attività clandestine a scopo insurrezionale è utopia. Lo dimostra da sei anni la ripresa della guerriglia indipendentista della minoranza musulmana nel Sud, al confine con la Malaysia, che continua a mietere vittime nell’apparente difficoltà delle forze armate a controllare il territorio.Il territorio, la sua conoscenza, gli appoggi e le connivenze che garantisce, ancor più quando ospita la maggioranza della popolazione nazionale, è appunto l’elemento su cui un movimento ribelle potrebbe puntare. Le province dell’Est e del Nord, serbatoio di voti per Thaksin Shinawatra e i suoi sostenitori – roccaforti delle Camicie rosse, ma anche crogiolo di risentimento e tensione – sono per un movimento ribelle territorio più favorevole della capitale in cui infilarsi nella clandestinità per emergere quando e dove riterranno opportuno. Sono anche aree frontaliere. E i vicini del Laos e della Cambogia sono omogenei linguisticamente e culturalmente: ampie aree di territorio thailandese oltre confine.Inoltre il premier cambogiano Hun Sen, nonostante l’offensiva diplomatica di Bangkok, non ha ancora sconfessato l’amicizia e la condivisione di interessi con Thaksin Shinawatra, che mesi fa è stato designato consigliere economico proprio dal governo di Phnom Penh.