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VERSO LA NOMINATION. «America, ti svelo il vero Romney»

Elena Molinari lunedì 27 agosto 2012
​Quattro giorni (meno se ci si mette di mezzo l’uragano Isaac) di collegamenti tv in prima serata con il palco della Convention repubblicana. Un’audience di almeno 20 milioni di persone per il discorso finale del candidato. Questa settimana Mitt Romney avrà finalmente la possibilità di rivolgersi direttamente al pubblico americano, di farsi conoscere, e di disperdere la nube di dubbio e incertezza che circonda ancora la sua persona. Perché dopo quasi un anno e mezzo di campagna elettorale, gli elettori, anche quelli repubblicani, si chiedono ancora chi sia.Si è presentato come un conservatore che vuole ridurre la portata dello Stato nella vita dei cittadini, ma in Massachusetts, che ha governato dal 2003 al 2007, ha fatto approvare una legge che estende a tutti l’accesso a un’assicurazione sanitaria – come ha fatto il progressista Barack Obama a livello nazionale. Da mesi Romney dichiara che la vita è inviolabile ma, sempre in Massachusetts, si era detto favorevole all’aborto; non ha mai nascosto l’importanza della fede nella sua vita – ma ha evitato il più possibile di parlare della sua appartenenza alla chiesa mormone, nel timore di scatenare pregiudizi. Ha sempre evidenziato la sua brillante esperienza come manager di una delle società d’investimento di maggior successo negli Stati Uniti. Ma gli anni alla Bain, con gli investimenti che Romney ha fatto, i soldi che ha guadagnato e il modo in cui li ha usati, restano il capitolo più nebbioso della biografia del candidato repubblicano.Soprattutto, Mitt Romney finora ha parlato poco di sé in modo personale. Gli americani sanno poco o niente della sua vita familiare, della moglie Ann, che da più di vent’anni lotta contro la sclerosi multipla, degli anni di Mitt in Francia come missionario mormone, dei suoi cinque figli maschi.Gli amici e consiglieri del candidato assicurano che è una scelta, nata dal suo desiderio di difendere la sfera privata dallo scrutinio pubblico. Ma negli Stati Uniti gli elettori raramente votano per un candidato con il quale non riescono ad identificarsi. Hanno bisogno di una storia, di un percorso di vita che riveli l’umanità del potenziale presidente, comprese le sue debolezze, e che lo renda “uno di loro”. E Mitt Romney, con i suoi milioni, il suo atteggiamento distaccato, le sue amicizie prestigiose, la sua insolita religione, non ha ancora creato un legame con l’America che vuole governare. Persino l’intellettuale, controllato presidente in carica lo batte in calore umano. Per questo presentarsi a Tampa come l’anti-Obama, come ha fatto finora, o come “Mister fix it”, la persona che saprà riparare «gli errori dei democratici», non sarà sufficiente.Ma per ora non è chiaro come Romney sceglierà di conquistare la fiducia di più di metà degli americani, soprattutto di quelli che non hanno ancora deciso per chi votare.La nomina di Paul Ryan come suo compagno nel ticket repubblicano ha fornito alcuni indizi. Ryan è socievole e ha facilità nel creare un legame personale con i suoi interlocutori: Romney potrebbe averlo scelto per evitare di doversi scoprire troppo, lasciando a lui il compito di essere affabile. Le credenziali solidamente conservatrici di Ryan, sia sul piano sociale che fiscale, aiutano inoltre l’aspirante presidente ad eliminare i dubbi dello zoccolo duro del partito. Il programma e gli slogan della Convention intendono chiaramente portare a galla ogni giorno come l’esperienza dei due elementi del ticket servirà a rimettere il Paese in carreggiata. Il manager (Romney) che sa riconoscere e affrontare i problemi del post-recessione. L’esperto di bilanci (Ryan) che sa come riportare i conti pubblici in positivo. Due uomini abituati a costruirsi il proprio successo che ricostruiranno insieme il successo dell’America. Ma per gli elettori indecisi potrebbe non bastare. Quelli delusi dal poco «cambiamento» che hanno visto nelle loro vite (se non in peggio) nonostante le promesse di Obama nel 2008, hanno bisogno di una trasfusione di speranza. Di un presidente che capisca cosa stanno passando («che veda la loro sofferenza», come direbbe Bill Clinton) e offra loro la sua storia come esempio di difficoltà superate, di debolezze conquistate. Un candidato che non abbia paura di mostrarsi per intero e che dica con chiarezza dove vuole condurre il Paese. E che non sia solo «dalla parte opposta rispetto a dove lo ha portato Obama». La sfida è enorme, anche perché Romney non è noto per la sua capacità oratoria. Ma non può permettersi di perdere quest’occasione, perché la settimana dopo il microfono, e le telecamere, passeranno al suo avversario. E se Obama non avrà compito facile nel convincere gli americani a concedergli altri quattro anni per attuare il suo “cambiamento”, di certo pochi dubitano che sa come mettere insieme un discorso memorabile.