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RELAZIONI PERICOLOSE. Altolà di Obama a Erdogan su Iran e Israele

Luca Geronico martedì 17 agosto 2010
Un avvertimento «personale». Forse un semplice comunicato o una nota diplomatica, ma il messaggio di Obama a Erdogan non poteva essere più chiaro.Gli ultimi comportamenti della Turchia «hanno sollevato interrogativi che saranno ripresi in Congresso». La questione per gli Stati Uniti, secondo il Financial Times è «se si possa avere fiducia in Ankara come alleato» che cita un anonimo funzionario della Casa Bianca. Un dubbio profondo, quasi lacerante per Washington, dopo che per ben due volte Erdogan si è smarcato di netto dalle decisioni degli Stati Uniti: prima sull’assalto di Israele alla Flottilla a guida turca di attivisti filopalestinesi diretta a Gaza e fermata da Israele con il sanguinoso raid sulla Mavi Marmara (31 maggio) e a metà giugno sul nuovo pacchetto di sanzioni contro Teheran.Un avvertimento non privo di possibili conseguenze: la Turchia, membro della Nato, ha chiesto agli Usa una fornitura di droni (aerei senza piloti) per monitorare e bombardare le basi del Pkk nel nord dell’Iraq. Un supporto tecnico reso indispensabile in vista del completo ritiro statunitense dall’Iraq nel 2011. La legge americana richiede infatti che l’Amministrazione notifichi al Congresso con 15 giorni di anticipo importanti vendite di armamenti ad alleati del Patto atlantico. La fornitura potrebbe procedere ugualmente a meno che non venga bloccata da una apposita legge: un dibattito capace di sollevare un nuovo polverone politico in Congresso che potrebbe sconsigliare al governo di procedere alla fornitura di armi.Un monito ancora ufficioso, una eventualità fatta filtrare ad arte, ma inequivocabile: la Turchia deve riguadagnare la fiducia della Casa Bianca e rientrare a pieno titolo nella politica di sicurezza dell’Alleanza atlantica. In altri termini il premier Erdogan deve rinunciare al ruolo autonomo di potenza regionale. Una “tentazione” a cui il governo di Ankara non ha resistito per ben due volte negli ultimi mesi. La dura e senza precedenti presa di posizione contro Israele, dopo il raid alla Flottilla, ha evidenziato il nuovo corso della politica turca contro Israele, fino a un decennio fa alleati di ferro in Medio Oriente. Al G-20 di fine giugno a Toronto Obama aveva già invitato Erdogan ad abbassare i toni con Gerusalemme. Ma invano. Un altro segno evidente della freddezza nei rapporti fra Ankara e Israele è stato in questi giorni il mancato invito da parte dell’Akp, il partito del primo ministro Erdogan, all’ambasciatore israeliano in Turchia per la cena di Eid al Fitr, la festa che segna la fine del Ramadan.Una tensione che non può non aver avuto delle ripercussioni fino alla Casa Bianca, per altro già molto irritata per il voto contrario di Ankara alla quarta ondata di sanzioni Onu contro Teheran. La Turchia, sostenitrice con il Brasile di Lula di un tentativo di accordo in extremis per far arricchire l’uranio iraniano all’estero con la supervisione della comunità internazionale, aveva infatti votato un secco no in Consiglio di sicurezza seguita dalla stessa Brasilia. Astenuto solo il Libano e tutti gli altri dodici rappresentanti d’accordo sul giro di vite contro l’Iran. Una posizione certo sgradita Obama che all’inizio di luglio ha pure firmato un pacchetto di sanzioni unilaterali di Washington contro l’Iran di Ahmadinejad.Una Turchia autonoma e troppo vicina ad Ahmadinejad che preoccupa pure Israele che sembra voler costruire una sponda anti-turca nel Mediterraneo. Troppo presto per parlare di nuove alleanze mediterranee, ma la visita ad Atene di Nethanyahu – in un Paese che ha formalmente riconosciuto Israele solo nel 1991 – può essere un altro colpo basso a Erdogan. Cooperazione economica e militare e la situazione dei colloqui di pace l’agenda dell’incontro fra Benjamin Netanyahu e Georges Papandreu. Ma nessuno può dimenticare, anche in vista di un possibile ingresso della Turchia nell’Unione europea, che Atene è l’eterna rivale di Ankara. E per questo amica di Israele.