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L'assedio. Aleppo alla stretta finale. «I giorni più atroci»

Andrea Avveduto giovedì 4 agosto 2016
La battaglia di Aleppo si avvicina, forse, al drammatico epilogo. Un finale cruento per una città già martoriata da anni di guerra civile. Alla contro-offensiva lanciata dai ribelli, le truppe del governo hanno reagito sferrando un nuovo, fulmineo attacco. Con la copertura dei raid russi, i militari sono avanzati nella zona sotto il controllo degli insorti, riconquistando le colline e diversi villaggi nella periferia sudoccidentale della metropoli. In particolare, l’esercito fedele al regime di Bashar al-Assad – secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, Ong con sede a Londra, vicina all’opposizione – ha occupato l’altopiano di Telat al-Mahoroukat e le cittadine di Khweriz e al-Amriyeh. Nei combattimenti, sempre secondo l’Osservatorio, si contano almeno una quarantina di civili morti. Tra loro anche quattro bimbi. A questi si sommano decine di combattenti uccisi, una cinquantina nelle file dei ribelli. La Ong Usa “Physicians for Human Rights” ha denunciato il bombardamento di sei ospedali da parte del regime durante le ultime due settimane. Damasco, da parte sua, ha confermato l’offensiva. L’ambasciatore a Mosca, Riad Haddad, ha sottolineato che i militari «hanno accerchiato Aleppo e hanno intenzione di sconfiggere i terroristi all’interno ». Il viceministro degli Esteri russo, però, nega, assicurando che né il Cremlino né Assad hanno intenzione di lanciare un’offensiva. Cauto anche il presidente Vladimir Putin. Il portavoce, Dmitri Peskov, si è limitato a dire che il quadro «attorno ad Aleppo resta piuttosto teso», mentre la situazione in città «è drammatica dal punto di vista umanitario ». La settimana scorsa, Siria e Russia avevano presentato un piano congiunto per consentire l’evacuazione «sicura» ai civili intrappolati e ai miliziani disposti a lasciare le armi. Finora, i russi sostengono che sono usciti in 372 attraverso sette corridoi. Il progetto aveva suscitato dubbi nelle potenze occidentali che temevano «un’invasione». L’Onu aveva chiesto di gestire i corridoi, da Mosca e Damasco, però, non era arrivata risposta.«Quando l’esercito siriano avanza con forza accadono sempre ritorsioni di questa entità. La violenza di questi giorni è provocata da chi ancora non ha voluto cedere ». Padre Ibrahim Alsabagh, parroco francescano di Aleppo, racconta gli scontri che stanno facendo vivere alla “capitale del Nord” i giorni «più terribili dall’inizio del conflitto». Secondo alcune Ong locali, sono almeno 50 i ribelli morti dall’avvio della controffensiva lanciata da Assad assieme ai russi e sono decine i caduti tra le forze del regime. Quaranta morti – più della metà donne e bambini – il bilancio degli attacchi che nelle ultime 48 ore hanno colpito le aree sotto il controllo delle forze del regime. «Il presidente Assad ha concesso un’amnistia completa a quanti si arrendono e lasciano le armi e, stando alle notizie che ci arrivano, una buona parte dei ribelli lo ha già fatto. I corridoi umanitari creati sono stati battuti da diverse famiglie, poi accolte». Alcuni però resistono, e rispondo al fuoco con ostinazione. «A opporre maggiore resistenza sono soprattutto i combattenti stranieri. L’esercito siriano – continua il frate damasceno – sta avanzando con determinazione, e questi piccoli gruppi di jihadisti hanno reagito violentemente perché si sentono accerchiati». Hanno cominciato a utilizzare armi chimiche, «gas nervini da cui è impossibile scappare». Alcuni colpi hanno raggiunto anche le altre succursali francescane di Aleppo, come l’ex collegio di Terra Santa. Un parrocchiano di 55 anni è morto sotto le bombe incessanti. «La gente ha paura, fatica a dormire. Nella succursale colpita di al-Ram, ieri, non abbiamo nemmeno potuto celebrare la festa della Porziuncola in chiesa. Era troppo pericoloso, ci siamo dovuti rifugiare in un seminterrato e lì abbiamo celebrato la Messa, con i pochi che avevano  rischiato di uscire di casa».È una ritorsione diversa dalle altre volte, e padre Ibrahim lo sa bene. Questa volta l’esercito è determinato a «farla finita con i terroristi che si trovano lì», come ha dichiarato l’ambasciatore di Damasco in Russia, Riad Haddad. «Sembra proprio che sia così. L’esercito ha ripreso zone sotto l’occupazione dei jihadisti, limitando i rifornimenti di armi, e gli attacchi sono diventati più violenti, più disperati ». Ultime cartucce di un’opposizione frammentaria, che tenta il tutto e per tutto per non perdere la città. «Una signora della parrocchia, sordomuta e madre di due piccoli, è stata colpita all’occhio dalla scheggia di una bomba. Se da una parte siamo convinti che questa guerra non continuerà ancora a lungo, di certo non sarà corta». Il parroco è consapevole che la crisi potrebbe durare ancora alcuni mesi, e «ho la netta sensazione che questo sia il momento peggiore. Assisto sempre più spesso a casi di febbre gialla ed esaurimenti nervosi. Il caldo è terribile e tanti soffrono di febbre notturna. Il vero dramma è che gli aleppini non sanno più dove trovare le medicine, perché anche l’emergenza sanitaria ha raggiunto picchi mai visti prima».Secondo l’Unicef, «sono circa 1,5 milioni le persone, tra cui almeno 660mila bambini, che vivono in zone difficili da raggiungere tra il governatorato e la città di Aleppo: cifre impressionanti». «In questi giorni pieni di paura e di morte – conclude padre Ibrahim – andando per le strade vedevo uomini piangere come bambini. Seduti in strada, disperati. C’era un signore accovacciato sul ciglio di una strada che aveva già cambiato molte case, a causa degli scontri che mettevano in pericolo la sua famiglia. “Fino a quando?”, mi chiedeva, “Fino a quando dovremo vivere da profughi nel nostro Paese?”».