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Al via la trattativa in Sudafrica. Tigrai, la speranza di pace parte da Pretoria

Paolo Lambruschi mercoledì 26 ottobre 2022

A sostegno della pace

Ssono finalmente iniziati ieri, con 24 ore di ritardo, a Pretoria, in Sudafrica, i primi negoziati di pace ufficiali per porre fine alla guerra civile in Tigrai. Organizzati e mediati dall’Unione Africana, si concluderanno domenica prossima.

Lo ha annunciato la presidenza sudafricana.

Le trattative tra la delegazione del governo etiope e quella della regione settentrionale dell’Etiopia verranno facilitate dall’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo assistito dall’ex capo di Stato del Kenya Uhuru Kenyatta, e da Phumzile Mlambo-Ngcuka, già vicepresidente sudafricano.

Gli Usa, che hanno trasportato in Sudafrica la delegazione tigrina facendosi carico della sicurezza dei componenti, hanno chiesto la fine immediata delle ostilità e il ritiro degli eritrei dal territorio etiope e la distribuzione degli aiuti ai civili. Quella in Tigrai, secondo la portavoce della Casa Bianca Karine Jean-Pierre è infatti «una delle peggiori crisi umanitarie al mondo».

Domenica anche il papa all’Angelus ha parlato della persistente situazione di conflitto dell’Etiopia che segue «con trepidazione» appellandosi a quanti hanno responsabilità politiche perché facciano cessare le sofferenze della popolazione inerme.

Due anni di guerra spietata e senza esclusione di colpi hanno causato finora centinaia di migliaia di vittime. Quadro aggravato dalla carestia e dal blocco degli aiuti umanitari in atto da un anno. Il blackout comunicativo sulla regione impedisce l’ingresso a diplomatici, giornalisti e Ong, ma dalle notizie che filtrano dal Tigrai e dalle organizzazioni umanitarie Onu gli sfollati sono 2, 5 milioni, le persone in emergenza alimentare almeno cinque milioni mentre i morti, secondo i calcoli degli esperti della università belga di Gand, sarebbero tra i 385 mila e i 600 mila.

Il Senato statunitense ha detto che le vittime sono 500 mila.In questa tragedia finora ignorata dal mondo spicca la situazione della regione degli Irob, occupata per metà dalle truppe eritree, dove la popolazione, una minoranza etnica, rischia l’estinzione perché non è mai stata raggiunta da aiuti e nella zona occupata non è consentito ai civili di recarsi al mercato.

I negoziati di Pretoria sono stati organizzati dopo una nuova, violenta offensiva scatenata due mesi fa con la quale le forze governative e gli alleati eritrei hanno conquistato importanti centri urbani del Tigrai, tra cui Scirè, Adigrat Adua e Axum, provando ad arrivare al capoluogo Macallè e promettendo la distribuzione di aiuti alla popolazione alla fame nelle zone appena conquistate. Le forze tigrine si sono ritirate senza combattere come avvenne nei primi mesi, quando scelsero di colpire i due eserciti nemici con la guerriglia mettendoli in fuga nel giugno 2021.

Proprio in quei mesi soprattutto le truppe eritree commisero crimini e stupri contro i civili, come confermato da report delle Nazioni Unite, saccheggiando le strutture sanitarie e le scuole pubbliche e private. Anche in questi giorni, secondo Eepa horn, sarebbero state commesse violenze sulla popolazione.

Amnesty ha accusato gli eritrei di aver ucciso 40 civili ai primi di settembre a Shiraro. Anche i tigrini sono stati accusati di crimini di guerra nelle aree della confinante regione Amhara. Recentemente l’eparchia cattolica di Bahirda Dessiè ha pubblicato sui social le immagini della distruzione della chiesa cattolica di Raya Qobo, nel Wollo, dove sono state prese di mira le scuole e la clinica dei padri cappuccini e delle Orsoline dai tigrini Il governo etiope con i droni armati vendutigli da turchi, iraniani ed emiratini ha poi ribaltato il conflitto. Ora la speranza è a Pretoria.