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NASCOSTI AL MONDO. Africa, torna la tratta sulla Costa degli schiavi

Matteo Fraschini Koffi lunedì 26 agosto 2013
Gli occhi di Marie sono gonfi di lacrime per la commozione. Dopo sette anni alla mercé di trafficanti e di una famiglia che la schiavizzava, il suo lungo e drammatico viaggio è quasi finito. Accompagnata dallo staff dell’organizzazione non governativa togolese “Espace Fraternité”, Marie è arrivata alla frontiera tra Togo e Benin. Gli operatori umanitari beninesi che l’hanno ricevuta, si occuperanno di riportarla immediatamente dalla sua famiglia, in un villaggio nel centro del Paese. «Una storia incredibile: aveva 12 anni quando è partita da casa», spiega Mack Chilé Adodo, direttore di Espace e Fraternité, che si è personalmente recato alla frontiera con il Benin insieme a Marie. «Ha subito maltrattamenti e umiliazioni per ben sette anni in un Paese straniero in cui non conosceva nessuno. Ora ha 19 anni – continua Adodo –, e siamo molto felici che sia di nuovo a casa sua». La ragazza era stata consegnata dallo zio a un trafficante che, con una somma equivalente a dieci euro, era riuscito a procurarsi un altro minore da vendere in Nigeria. Dopo essere arrivati a Lagos, tra le città commerciali più importanti del Paese, Marie è stata introdotta a una famiglia che per anni l’ha fatta lavorare senza mai pagarla. Spesso veniva picchiata e difficilmente poteva uscire dall’abitazione. Un giorno, la giovane è riuscita a scappare ed è stata trovata per strada dallo staff di un’altra Ong nigeriana che lotta contro la tratta. Erroneamente, Marie, di nazionalità beninese appunto, è stata portata al consolato togolese di Lagos, che, a sua volta, le ha pagato un biglietto per Lomé, dove è stata presa in cura da un centro statale che ospita temporaneamente minori in difficoltà. «È li che l’ho trovata ed è iniziato il nostro lavoro di accompagnamento verso casa sua», afferma Adodo. Marie è solo una delle centinaia di vittime della tratta di esseri umani aiutate ogni anno dall’organizzazione togolese. Gran parte di esse ripercorrono gli stessi passi che per secoli hanno solcato la ignobile costa degli schiavi. Mack Adodo, che è anche coordinatore di Rao-Togo, una rete di oltre 40 associazioni locali che combattono tale fenomeno, continua a ricevere telefonate e dossier su altri casi. Tutti i Paesi della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) stanno cercando, secondo i propri mezzi, di ridurre la tratta, una piaga che coinvolge milioni di civili nella regione: donne e uomini, adulti e bambini. È praticamente impossibile fornire delle cifre esatte relative a questo fenomeno estremamente volatile. Alcune statistiche parlano di «circa 10 milioni di persone all’anno che migrano per gli Stati dell’Africa occidentale», e rischiano di essere trafficate. Centinaia di migranti provenienti da Paesi come Gambia, Mali, Guinea, Ghana, Togo, lavorano per 10 ore al giorno nelle miniere d’oro del Senegal. Scavano fino a 15 metri di profondità. Vicino a questi siti si formano anche dei bordelli dove le ragazze sono costrette a prostituirsi. Nel sud della Nigeria, invece, le vittime della tratta spesso spaccano pietre per le società di costruzione. I minori guadagnano circa 30 centesimi di euro al giorno e dormono all’addiaccio nella foresta. Ma la tratta è alimentata anche da casi interni allo stesso Paese. Molti bambini togolesi, per esempio, lavorano nei mercati o per le strade. In Costa d’Avorio, invece, nelle piantagioni di cacao e caffè, in Burkina Faso nelle miniere d’oro e di altri metalli preziosi. Le associazioni locali, nonostante siano finanziate da organizzazioni e governi a livello internazionale, si lamentano dei pochi mezzi a disposizione.Inoltre, le autorità sul territorio spesso non hanno le capacità o la volontà di gestire un problema che pare insormontabile. «Non possiamo basarci solamente sulle nostre forze – dice Adodo che cerca di celare con un sorriso la sua frustrazione –, con la crisi economica e il rapido aumento della nostra popolazione, i casi di tratta aumentano quotidianamente».  Il telefono del direttore squilla di nuovo. La gendarmeria vuole che Adodo si rechi al più presto a Kara, nel nord del Togo. «Hanno fermato una persona che sta trafficando nove bambini dal Ghana alla Nigeria – conclude –. Mi scusi, ma devo scappare».