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AFGHANISTAN. Prove generali di libertà per le detenute di Herat

Paola Severino giovedì 13 dicembre 2012
È durata due giorni, sabato e domenica, la missione in Afghanistan del ministro della Giustizia, Paola Severino. Oltre ai colloqui col suo omologo afghano, Habibullah Ghaleb, e con il governatore e il procuratore generale della provincia di Herat, Daud Saba e Maria Bashir, domenica mattina il Guardasigilli ha avuto modo di visitare il carcere femminile di Herat, gestito anche grazie al sostegno dell’Italia. Un incontro toccante con le detenute afghane, che attraverso il lavoro fra le mura del penitenziario provano a costruirsi un futuro migliore, del quale ha voluto affidare ad “Avvenire” un racconto in prima persona. (V.R.S.)​Odori e rumori. Ciascun carcere si disvela attraverso l’immediatezza dell’olfatto e dell’udito prima ancora che la vista metta a fuoco uomini o donne, e che la parola verbalizzi storie di dolore, rimorso, rabbia, pentimento, speranza. Ciascun carcere che ho visitato in questi dodici mesi da ministro della Giustizia – tanti, 25 in Italia e uno negli Stati Uniti – mi ha offerto storie complesse e sempre diverse, talvolta precedute dall’odore pungente della carne speziata cucinata dai detenuti maghrebini nel carcere di Marassi, altre volte dal suono dei violini accordati nel laboratorio di liuteria di Opera. In Afghanistan, nel carcere femminile di Herat, il suono era quello del canto dei bambini figli delle detenute, il profumo quello di biancheria pulita di un bimbo di poche settimane appena cambiato dalla nonna alla quale ogni giorno è consentito entrare in cella per fare da baby-sitter mentre la madre è al lavoro nel laboratorio di tessitura dei tappeti.Entrare in un carcere, qualunque esso sia e in qualsiasi luogo del mondo si trovi, è sempre un’esperienza dura e struggente. Farlo in Afghanistan, accompagnata dalla procuratrice Maria Bashir, figura di riferimento del Paese per il rispetto dei diritti umani, è stata l’affermazione di una conquista. Una conquista difficile, visto che la stessa Bashir è stata vittima, con i suoi figli, di un attentato che ne ha messo a repentaglio la vita e da cui si è salvata per puro miracolo. Una conquista parziale, se è vero che, come mi è stato detto, alcune donne sono detenute per essersi assunte la responsabilità di delitti compiuti da mariti o da fratelli. Ma pur sempre una conquista in un mondo nel quale la condizione femminile è in larga parte disperata. È bastato spostarsi da Herat a Kabul per comprenderlo e viverlo. Sento ancora l’odore di carne bruciata, ho ancora la vista piena dell’orrore di volti sfigurati dal fuoco o dall’acido nell’ospedale Esteqlal, costruito dalla Cooperazione italiana per accogliere donne vittime di violenza. Le strazianti storie di mogli gettate nel fuoco da mariti che volevano ripudiarle o di fidanzate sfregiate da uomini gelosi hanno già fatto il giro del mondo. Pur essendo preparata a tutto ciò, non ho resistito alla commozione nel vedere il volto di una donna giovane e dai lineamenti bellissimi, accecata e deturpata dall’acido, presumibilmente dai suoi stessi familiari, per aver rifiutato un matrimonio combinato. «Un incidente domestico. La bombola del gas in cucina è esplosa», è la ricorrente giustificazione fornita da coloro che hanno ancora la forza parlare, avvolte in un sudario di garze e bende al quale presto sostituiranno un burqa che, stavolta, le riparerà dallo sguardo altrui su ferite indelebili. Comprendo quindi l’aspettativa di Maria Bashir e di altre donne parlamentari di vedere mantenuta una forte presenza della comunità internazionale anche dopo il ritiro delle forze di pace, nel 2014. Due di esse – Mahid Farid e Shukira Barakzai – mi hanno particolarmente colpita, per la frustrazione e l’insistenza con cui, quasi ossessive ma dignitosissime, mi rappresentavano la sostanziale esclusione delle donne dalla discussione governativa sul futuro assetto del Paese. Allo stesso tempo ho potuto raccogliere il sincero apprezzamento per i nostri interventi sulla giustizia. L’Italia ha fortemente contribuito, con il suo straordinario progetto di Cooperazione internazionale, con il suo eccellente programma di formazione degli operatori di giustizia, con il suo grande impegno di pacificazione, alla ricostruzione dei principi di riferimento di una nazione tormentata da trenta anni di guerra sanguinosa. Ciò è stato possibile grazie alla professionalità e allo spirito di sacrificio di tanti nostri giovani, militari e civili, i quali, silenziosamente e senza che la maggior parte di noi se ne sia accorto, hanno creato un modello di educazione alla cultura delle regole per le forze di polizia, per gli agenti penitenziari, per i magistrati di quel bellissimo e difficile Paese. Come dimenticare Erica, giovane bella, colta e di successo, trasferitasi in Afghanistan da luglio per insegnare alle donne di quel Paese come rendersi economicamente indipendenti costituendo cooperative di lavoro. Oppure il giovane ufficiale dei Carabinieri, che avevo avuto tra i più brillanti allievi della Scuola Ufficiali di Roma e che ora insegna alla polizia locale le tecniche di investigazione antiterrorismo e antidroga. O, ancora, il colonnello degli Alpini che, nell’illustrarci i progetti di cooperazione in materia di giustizia, dava prova di competenze tanto approfondite ed articolate da farmi sorgere il dubbio che, una volta terminata la sua esperienza, sentirà la mancanza di questo suo grande impegno civile per un Paese lontano e bisognoso del nostro aiuto. E io stessa, mentre il mio mandato di ministro della Giustizia volge al termine, son tornata arricchita del privilegio della scoperta di un piccolo ma straordinario successo italiano, quello di un carcere in cui le donne imparano a leggere e a scrivere, a tessere tappeti e a lavorare al computer, a investire su se stesse sperando e sognando un futuro migliore. Al rientro in Italia resta la profonda amarezza e la grande delusione per non aver visto sino ad oggi diventare legge in Italia il provvedimento sulle misure alternative al carcere. Ma questa è un’altra, triste, storia. Continuerò ad insistere affinché il lavoro compiuto non sia vanificato, sperando che la legislatura possa concludersi con un segnale di rinnovamento anche per i detenuti nelle nostre carceri.