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Africa. L'Etiopia non può più negare. Il premier Abiy: stragi di civili in Tigrai

Paolo Lambruschi giovedì 25 marzo 2021

Una donna tigrina e il figlio sfollati sulle rive del fiume Setit nel Kassala in Sudan

Settimana della verità per il Tigrai, dopo mesi di blackout, silenzi e menzogne ufficiali. Mercoledì della scorsa settimana il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha fatto un brusco cambio di rotta e per la prima volta ha fatto ammissioni importanti in Parlamento e via social media, seguito da un primo, parziale riconoscimento etiope della strage di Axum, città santa della cristianità ortodossa, finora sempre negata. Abiy ha riconosciuto anzitutto che i militari etiopi hanno compiuto abusi contro i civili nello Stato regionale dal 4 novembre ad oggi, aggiungendo che i responsabili di atrocità durante l’offensiva militare saranno «chiamati a renderne conto».

Le dichiarazioni arrivano dopo che l’Onu ha acconsentito alla richiesta di un’indagine congiunta con l’Etiopia sulle accuse di violazioni dei diritti umani nel Tigrai e, soprattutto, dopo che il segretario di Stato Usa Antony Blinken aveva descritto come «pulizia etnica» le violenze anche sessuali di massa avvenute nella regione settentrionale etiope, dalle quali sono fuggite in Sudan 60mila profughi e un milione di sfollati. Inoltre, dopo 5 mesi di dinieghi e smentite ufficiali di Addis Abeba e dell’Asmara, il Nobel per la pace 2019 ha finalmente ammesso il coinvolgimento dei militari eritrei nel conflitto sul suolo etiope scaricando su di loro la responsabilità di abusi contro i civili.

Presenza e coinvolgimento che da mesi, nonostante il buio informativo che Addis Abeba ha fatto calare sull’area dall’inizio delle ostilità, era stata denunciata prima dai media internazionali (tra cui questo giornale) e poi dall’Onu attraverso le sue agenzie, dagli Usa, Ue e da molte organizzazioni umanitarie. L’autorizzazione concessa alcune settimane fa all’ingresso in aree tigrine di alcune grandi testate internazionali ha confermato tutti i racconti dell’orrore che vedono protagoniste soprattutto le truppe del regime di Isaias Afewerki. Alle truppe eritree Abiy è «comunque grato». Sempre in Parlamento ha dichiarato infatti che «il popolo e il governo eritreo hanno fatto un favore duraturo ai nostri soldati» durante la guerra, senza fornire det- tagli. «Comunque – ha proseguito– dopo che l’esercito eritreo ha attraversato il confine per operare in Etiopia, qualsiasi danno abbia fatto al nostro popolo è inaccettabile. La campagna militare era contro nemici chiaramente definiti: il Fronte di liberazione del popolo del Tigrai, (l’ex partito di governo locale che ha guidato anche il governo etiope dal 1991 all’avvento di Abiy nel marzo 2018, ndr), non contro le persone. Ne abbiano discusso quattro o cinque volte con il governo eritreo».

Reparto eritreo in divisa ad Adigrat nel Tigrai - Reuters

Evidentemente senza successo. Infine un attacco all’Unhcr/Acnur sui 96mila rifugiati eritrei, almeno 15mila dei quali deportati a forza dai soldati eritrei nonostante fossero sotto la protezione del governo etiope. Il leader etiope sostiene di aver chiesto all’Alto commissariato Onu per i rifugiati, un anno prima della guerra nel Tigrai, di spostare i campi di accoglienza dei rifugiati eritrei verso l’interno, «ma questo non è avvenuto per le pressioni subite dal Tplf ».

Abiy ha ricordato che nella regione c’erano quattro campi d’accoglienza per rifugiati eritrei, due dei quali a 20 chilometri dal confine tra i due Paesi «completamente fuori dagli standard internazionali». Ha motivato inoltre la richiesta del loro spostamento in una zona più sicura perché in essi «si faceva attività politica volta ad addestrare gruppi antigovernativi eritrei», azione che il premier etiope ascrive al Tplf e perché «con l’appellativo di rifugiato eritreo, facilitato da lingua e cultura simile, facevano in modo di mandare all’estero un grande numero di giovani tigrini dicendo fossero rifugiati eritrei».

Abiy, però, ha omesso di parlare del tentativo di chiudere uno dei campi già nel settembre 2020 e alla sua scelta di non accogliere più profughi in fuga dalla confinante eritrea dopo la pace del 2018. Quanto alla falsa nazionalità dei rifugiati, più volte l’agenzia governativa etiopica Arra che si occupa dei rifugiati ha affermato che da anni il problema era stato risolto con accertamenti rigorosi. Nulla invece è stato detto sulla deportazione di almeno 15mila eritrei dei campi di Hitsats e Shimelba, distrutti dalle truppe del dittatore eritreo, altro crimine contro l’umanità come ha ricordato l’Alto commissario Onu Filippo Grandi. Il quale assieme al Sottosegretario generale per le questioni umanitarie (Ocha) delle Nazioni Unite Mark Lowcock, al direttore generale dell’Oim Antonio Vitorino e all’Alto commissario per i diritti umani Michelle Bachelet ha lanciato un appello per far cessare stupri e «altre orribili forme di violenza indiscriminata contro i civili mentre la situazione umanitaria sta peggiorando».

Significative le prime ammissioni etiopiche sulla strage di fedeli e civili ad Axum compiuta a fine novembre sempre dalle truppe eritree in un’ordalia di violenze e saccheggi. Dopo i report di Amnesty international e Human Rights Watch, ieri un rapporto preliminare della Commissione nazionale etiope per i diritti umani istituita dal governo accusava i soldati di Isaias dell’uccisione di oltre 100 civili a novembre (almeno 800 per gli altri report, ndr), che «potrebbe costituire un crimine contro l’umanità ». Intanto dall’Ue primo passo ufficiale contro l’Eritrea. I 27 ministri degli Esteri europei hanno approvato sanzioni contro dirigenti dei servizi di intelligence di Asmara con cui vengono congelati conti correnti in Europa e imposti blocchi ai visti di ingresso nell’Ue perché responsabili in Eritrea di «gravi violazioni dei diritti umani con arresti arbitrari, esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate e torture».

E le truppe eritree sono state segnalate da organismi Onu persino al confine tra Etiopia e Sudan, nel conteso triangolo di al-Fashqa, dove negli ultimi mesi c’è stata un’escalation di tensione con ripetuti scontri. Altri segnali di contagio del conflitto del Tigrai in tutto il Corno d’Africa.