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Irlanda. Exit poll: il sì avanti, al 68%. Via dalla costituzione la tutela della vita

Francesca Lozito, Dublino venerdì 25 maggio 2018

Se avranno vinto i ta o i nil – sì o no in lingua gaelica – si saprà con lo scrutinio di questo sabato mattina. Ma già i primi exit poll indicavano nella tarda serata un’ampia affermazione (68%) di chi si è espresso per la cancellazione della protezione costituzionale del nascituro.

I fautori della svolta irlandese in fatto di aborto – e dunque chi ieri ha votato «sì» al referendum popolare sull’Ottavo emendamento, che quella tutela contiene dal 1983 – non hanno dubbi: sentono ormai la vittoria in pugno. Poche le speranze rimaste per chi difende la vita umana nascente, che contava su un ampio bacino di indecisi (il 20% dei 3 milioni e 300mila elettori).

Il risultato era però nell’aria, visto che si era presentato compatto lo schieramento di partiti, mezzi di comunicazione, intellettuali e artisti (su tutti gli U2) favorevoli all’apertura dell’Irlanda all’interruzione volontaria di gravidanza con una legge che, in caso di caduta dell’8° emendamento, si prevede persino più liberale di quella in vigore nella vicina Inghilterra. La giornata di sole ieri in Irlanda ha incoraggiato la partecipazione, assai sostenuta, segno che il tema è molto sentito dalla gente. Se i favorevoli all’aborto considerano il massiccio afflusso ai seggi come segnale positivo per il loro fronte, altrettanto dicono i sostenitori del «no» che si sono battuti proprio contro l’indifferenza e la rassegnazione di tanti irlandesi, puntando sull’appello alle radici di un popolo che ama la vita e che ha ancora un indice di natalità robusto rispetto alla media Ue.

Vada come vada, la campagna del «no» è stata coraggiosa ed esemplare, laicamente condotta con argomenti scientifici, sociali ed etici. Tra le protagoniste indiscusse di una formidabile battaglia culturale c’è Breda O’Brien, nota editorialista del quotidiano Irish Times, che elogia «i tanti volontari che hanno lavorato duramente parlando con le persone ai banchetti per strada, attaccando i poster, facendo tutto il possibile».

È stato profuso un eccezionale sforzo per capire la perplessità dei tanti che «si sentono come paralizzati perché vorrebbero essere vicini alle donne che pensano di abortire ma non vogliono assolutamente un regime regolativo della legge in stile britannico (sono 3.600 ogni anno le donne irlandesi che si recano in Inghilterra per interrompere la gravidanza, ndr). Si è lavorato a convincerli che se non votano «no» questa volta non ci saranno altre possibilità di esprimersi sull’aborto: chi sostiene il «sì» chiede che l’aborto sia possibile a qualsiasi condizione, e una volta cancellato l’8° emendamento non sarà più possibile tornare indietro».

Secondo l’opinionista, l’evocazione in campagna elettorale della «compassione» verso le donne che devono essere lasciate libere di abortire fa dimenticare che ci sono anche «i bambini nel grembo materno, vulnerabili, e che hanno bisogno di cure, di amore, di attenzione. È piuttosto bizzarro che per essere compassionevoli si rompa la relazione di vita tra madre e figlio». Inoltre, «non si manifesta la stessa compassione per quelle donne che rifiutano l’aborto e affrontano la gravidanza anche in situazioni difficili. A donne abusate e che hanno portato avanti lo stesso la gravidanza non è stato consentito di parlare durante incontri pubblici, al contrario di chi invece ha praticato l’aborto. Che compassione è questa?».

La legalizzazione dell’aborto avrebbe poi un effetto paradossale: «Ci sono contee in cui il sistema per abortire potrebbe essere creato prima di quello per le cure oncologiche o del supporto per le donne abusate». Non basta: «C’è anche il problema del via libera all’aborto affidato a medici di base la cui presenza è ancora un problema soprattutto nelle aree rurali. Come sarà possibile garantire supporto e sicurezza alle donne?».